USA WEST COAST – IL NOSTRO AMERICAN DREAM

America. Strade lunghe e diritte. Hamburger e terra rossa. Luci sfavillanti e caos, e la contemplazione in silenzio di un grosso buco chiamato Grand Canyon. Gli Indiani, quelli con le piume in testa non ci sono più, però la California esiste davvero. Bob Dylan alla radio, mentre sfrecciano accanto a noi,infiniti campo aridi di cactus. Da 35 a -2 gradi. Esplosioni di finti vulcani, acqua, colori, fontane famose e musica a 360°, ferrari e lamborghini che gareggiano sulla Strip. E poi, il cielo stellato più bello che io abbia mai visto.

31/10

Finalmente arrivati! Siamo in giro ormai da 24 ore tra il volo in ritardo e il fuso orario. Due ore per i controlli di uscita (e vai di qua e vai di là e stai qui e lascia l’improntina) e di corsa a prendere la navetta che ci porta al noleggio. Tra l’ansia da Suv con cambio automatico e il peso di un volo di 14 ore arriviamo sani e salvi all’ostello a due passi dalla Walk of FAME a Hollywood. Avevo letto molti commenti negativi su questo quartiere ma a noi non sembra così male, complice forse la notte di Halloween, le luci, la musica e centinaia di persone travestite in giro. Mi ricorda un po’ Times Square, il kitsch al neon americano che adoro, ma noi siamo esausti e non riusciamo neanche a farci un margarita in un locale messicano. I locali sono molti e optiamo per un fast food qualsiasi. $ 20 per nachos, tacos e coca.

01/11

 La giornata comincia all’americana con waffle e sciroppo d’acero. Piove e – a detta del ragazzo della reception – a L.A. non piove da un anno, che sfiga. Da bravi appassionati di parchi  oggi andiamo agli Universal Studios: prendiamo la metro sul Boulevard e scendiamo alla prima, poi la navetta comoda e veloce ci porta fino in cima alla collina. Abbiamo fatto bene a non prendere l’auto, infatti il parcheggio costa da 16 a 30 $ e questa sera c’è Halloween horror night,un evento molto conosciuto viste le migliaia di persone in coda per entrare. Siamo svegli dalle 5 ma siamo carichi, le aspettative sono alte e il nostro American dream è appena iniziato. Abbiamo comprato i biglietti online risparmiando $5 a testa (ma costano comunque $ 87…). L’ambientazione è bellissima, la migliore che abbia mai visto e l’atmosfera è davvero Hollywodiana. Ci sono molti spettacoli e poche attrazioni: ho trovato divertente il 3D di Trasformers nonostante non conosca i film, bellissimo il 3D di Cattivissimo Me con gli adorabili Minion e il Ride della Mummia. Gli effetti sono super e tutto è curato nel dettaglio. Abbiamo poi incontrato alcuni personaggi dei film/cartoni e per fortuna gli addetti controllavano le file e scattavano anche le foto con il tuo cellulare. Io ho trovato Marilyn Monroe appoggiata a una cadillac rosa, il massimo del mito! Le somigliava davvero tanto e mi ha anche fatto i complimenti per il colore capelli. Poi mi sono sbaciucchiata un minion scatenando l’ira di Gru…da Pig’s abbiamo mangiato ottimi hot dog con coca per $20 in due. La sera riusciamo a trovare posto in un locale messicano molto carino sul boulevard. Spendiamo $40 per una caesar salad, hamburger, due birre. Devo dire che qui sono tutti molto gentili e sorridenti nonostante l’alta concentrazione di personaggi strani! A me questa zona di L.A. non dispiace, in fondo Hollywood è sempre Hollywood!

02/11

Anche oggi la città ci accoglie con la pioggia. Che sfiga di nuovo.  Ma passa in fretta e ci mettiamo alla ricerca della famosa collina. La strada di accesso è chiusa per lavori e cominciamo a girare per trovare una via secondaria; il percorso è stretto, in salita e pieno di curve ma tra le ville da milionari si scorge una vista pazzesca sulla città. Il Gps è in sciopero e noi passiamo 3 volte per lo stesso punto finché…alla fine sbuchiamo in una strada con moltissime auto e un parco affollato….c’era un’altra via di accesso! Foto di rito con la scritta HOLLYWOOD e ci mettiamo in marcia uscendo da L.A. verso est. Il traffico è scorrevole, ognuno sta nella sua corsia a velocità costante e nessuno fa zigzag tra le auto, suona il clacson o commette scorrettezze. Anche i camion – seppur enormi – non danno minimamente fastidio. Il SUV dodge è enorme e comodissimo e viaggiamo per 6 ore senza accorgercene. Lasciamo la squallida periferia della città e incontriamo il deserto, secco e piatto, che ci accompagna per circa 300 miglia. La strada è dritta e non si incontrano benzinai o punti ristoro se non qualche area di sosta attrezzata con wc e distributori di bevande. Più ci avviciniamo all’Arizona più l’attesa sale: non vedo l’ora di vedere i cactus di Willy il coyote! In realtà i cactus sono secchi alla base e non ci si può avvicinare. Mi accontento di fare qualche scatto dall’auto in movimento. Passiamo per Phoenix che ci offre un tramonto infuocato, si vedono i luna park, i grattacieli, e passiamo in mezzo a due rocce giganti.Arriviamo a Scottsdale che è già buio, ci sono molti  locali e ristoranti nella via illuminata come se fosse Natale.Visitiamo l’old Town, un quartiere molto caratteristico a tema western con tanti negozietti di artigianato indiano che purtroppo vista l’ora sono chiusi. Mangiamo in un locale chiamato Burger Therapy, arredato in free style con bici appese al muro e video di sport estremi. L’hamburger sarà alto 15 cm ed è godurioso, lo staff sorridente e gentile come trovato in tutti posti finora (tranne al noleggio auto). Paghiamo $29 + mancia per due megahamburger, patate dolci, una birra, una coca con refill gratuito. Con la pancia piena giriamo per il centro semideserto della domenica sera. Dormiamo al Howard Johnson, un motel nuovo, pulito e con molti servizi per $80.

03/11

Alle 5 siamo già svegli e pianifichiamo la giornata. Finalmente oggi guido. Devo fare l’abitudine al cambio automatico ma la macchina va da sola. Attraversiamo campi di cactus in un saliscendi di strade che lasciano poi spazio a una vegetazione più verde mentre si sale in quota. Vediamo anche una macchina della polizia nascosta dietro agli alberi pronta a sgommare e partire all’inseguimento! Usciamo a Flagstaff per fare rifornimento di provviste e per intercettare la mitica route 66. Ma dov’è? dov’è?!? So che non è più una strada statale e che è stata rimpiazzata da una più nuova ma scorre parallela a noi e non riusciamo a raggiungerla. Arriviamo fino a Williams dove deve passare per forza. Sembra di essere in un film, locali abbandonati, una locomotiva del Grand Canyon, diner con le scritte al neon, una pompa di benzina vecchissima e finalmente trovo il mitico cartello bianco con la scritta “route 66”.. che meraviglia, un sogno che si realizza! L’atmosfera è ovattata e nostalgica e io sono finalmente soddisfatta! A Tusayan entriamo al Visitor Centre per fare il pass annuale dei parchi ma non c’è nessuno a cui chiedere informazioni! Il tragitto verso il Grand Canyon è una strada tutta dritta con qualche ranch qua e là fino al casello dei rangers. Il parco è organizzato benissimo e facile da visitare sia in macchina che con la navetta. purtroppo la nostra tabella di marcia non ci consente di fare un’escursione o un rafting (che comunque è molto costoso) e quindi visitiamo alcuni punti di osservazione. Inizialmente le nuvole non rendevano giustizia al colore della roccia (ad un certo punto si è messo a nevicare…) ma poi il tramonto ci ha regalato scorci stupendi su yaki point e kaibab point. Il canyon sembra di cartapesta, e non riesco a capacitarmi della grandiosità della natura. La temperatura scende di botto ma per fortuna all’Holiday Inn c’è una bella piscina riscaldata…sono le 21:00 e Dario crolla addormentato, la giornata è stata davvero intensa.

04/11

Dopo una super colazione americana all’Holiday Inn torniamo all’interno del parco.Fa molto freddo, il termometro segna 2° ma non è umido. Percorriamo la Desert Drive fermandoci nei vari punti di osservazione: da qui si vede meglio il Colorado. Non c’è una nuvola e il Canyon si mostra in tutta la sua grandezza.Durante il percorso troviamo anche una paio di piccoli musei molto carini e pannelli illustrativi storici, naturalistici e geologici. A Desert Drive c’è una bella torre da visitare che in un certo senso decreta la fine del Grand Canyon: da qui infatti si restringe sempre di più. La strada verso la Monument Valley è terribilmente dritta e si intravedono qua e là le abitazioni dei nativi americani (in realtà sono catapecchie e roulotte). Passiamo da Kayenta, che altro non è se non un agglomerato di case prefabbricate sorte intorno ad un incrocio. Si intravedono già i monoliti rossicci. L’ingresso costa $20 per auto (non vale il pass annuale perché è una riserva indiana) ma li vale proprio tutti. Sono rimasta sbalordita dalla bellezza del paesaggio, proprio come me l’aspettavo, anzi più bello! Il percorso sterrato di 17 miglia si snoda tra monoliti giganteschi di varie forme (associate dai nativi a mani, cammelli, suore etc) ben segnalati e con piazzole di sosta per fare le foto. Per fortuna non c’è molta gente e scattiamo a più non posso. sembra proprio di essere in un film, c’è anche la possibilità di fare una foto a cavallo nel punto di john wayne. In tempo per il tramonto raggiungiamo l’uscita per fare delle meravigliose foto alla roccia infuocata e il cielo che passa dall’azzurro al rosso al viola…non ho mai visto un tramonto cosi suggestivo. Il sole e la tempratura scendono e partiamo alla volta di Page. Dormiamo al Quality Inn Lake Powell. Siamo stanchi e grazie alla colazione super abbondante non abbiamo neanche fame.

05/11

Oggi ce la prendiamo un po’ con calma. Siamo pronti per l’escursione all’Antelope, un canyon visitabile all’interno dove la luce crea dei giochi spettacolari. La roccia è liscia e levigata. per visitarlo bisogna fare per forza un tour con i Navajo i quali prima chiedono $8 a persona come tassa di ingresso e poi bisogna pagare il tour ($40 se fatto nelle ore di luci migliore dalle 10 alle 14); tuttavia ci ci aspetterebbe di più che una mezz’ora di tour con una guida che non dice neanche una parola…ma forse siamo stati solo sfortunati perchè le altre guide sembravano molto loquaci! Tappa al Walmart per le provviste a visitiamo Horseshoe point,un angolo di canyon da cui emerge una roccia rossa dal Colorado. Andiamo poi fino a Scenic Point per vedere dall’alto il lago Powell (sono entrambi gratuiti). Ci rimettiamo in viaggio e man mano che si sale il paesaggio desertico lascia il posto a boschi di conifere e casette di legno; ci sono le montagne, i torrenti e riconosco i colori dell’autunno. La strada è perfettamente asfaltata e con qualche Rest Area. Passiamo attraverso il red Canyon che al tramonto regala un effetto ancora più bello. Arriviamo al Bryce Canyon un po’ tardi ma anche all’ombra è molto suggestivo. Abbiamo prenotato a Bryce City, un minuscolo centro quasi deserto in questo periodo dell’anno. Ci spostiamo di circa 3 miglia e ceniamo da Foster’s steakhouse. Spendiamo $40 per due hamburger con contorno, 2 coca e due apple pie. La temperatura è scesa fino a -2.2.

6-08/11

Dopo una colazione da campioni a base di uova e bacon torniamo al Bryce per fare un trekking facile. Ci sono molti percorsi di varia difficoltà che scendono nel canyon, fatto di guglie e pinnacoli con vari livelli di stratificazione. Il sole tiepido di novembre e la quasi totale assenza di altre persone ci fa percorrere tranquillamente il Queen Trail, dove si raggiunge una guglia che assomiglia realmente a una regina di profilo. Poche ore dopo…. la prima impressione di Las Vegas non è quella che mi aspettavo: non è che emerge dal deserto come mi avevano detto ma vi si arriva da una strada tra le montagne desertiche. Ci immettiamo in quella che è la loro circonvallazione. Riconosco già gli hotel che ho guardato mille volte su internet: Stratosphere, Mgm, Hilton, Caesar’s palace, il Paris con la tour Eiffel illuminata…quante luci! arriviamo al Platinum, leggermente defilato dalla strip ma a 15 minuti a piedi, uno dei pochi hotel senza casinò; l’abbiamo scelto sia per l’ottimo prezzo sia perché lontano dal caos.VLa nostra stanza è una suite al 12° piano con vista sulla strip. Las Vegas fa girare la testa anche a chi, come me, piace la musica, le luci, il casino. Tutto è finto e esagerato, gli hotel a tema sono iperlussuosi e immensi, con all’interno ristoranti,locali, casinò, teatri, discoteche, centri commerciali collegati tra loro, i casinò colmi di gente che ti fanno sentire un topo in gabbia, le fontane del Bellagio e il vulcano del Mirage, Venezia riprodotta in scala, le montagne russe dentro al New York, gente mascherata, insegne al neon, alcolici, ferrari e lamborghini…la follia di Las Vegas non si può descrivere, va vissuta! Ci sono poi le monorotaie che collegano gli hotel, i ristoranti all you can eat enormi, i baracchini che vendono i biglietti scontati per gli spettacoli e le cene, i negozi, l’M&M’s store di 4 piani e il Coca Cola centre dove si può fare la degustazione delle coca cola nel mondo per $8. Abbiamo camminato quasi un giorno e mezzo e non siamo neanche riusciti a vedere tutti gli hotel della strip!

08/11

E’ uno shock lasciare Las Vegas e addentrarsi nella Death Valley, un paesaggio secco e desolato dove vivono solo serpenti a sonagli…le strade sono dritte e tutte uguali ma asfaltate (tranne un tratto che ci ha portato a vedere il primo insediamento di Stovepipe Wells mentre cercavamo un posto per mangiare). Arriviamo al Visitor Centre di Furnace Creek nel pomeriggio e riusciamo a visitare Zabriskie Point, l’Artist’s drive dove la roccia ha colori diversi e Badwater, a -86 metri sotto il livello del mare. L’aria è secca e pesante e il viaggio verso l’hotel di Bridgestone è lungo, al buio e pieno di dossi naturali. In compenso, nel buio totale della notte, ammiriamo il cielo stellato più bello che abbiamo mai visto.

09/11

Arriviamo al Sequoia National Park nel primo pomeriggio scoprendo che dobbiamo fare altre due ore di macchina in montagna per arrivare al Generale Grant. Optiamo quindi per il generale Sherman, la sequoia più grande del mondo, ma comunque ci vogliono mezz’ora di tornanti stretti e 15 minuti a piedi nella foresta. Sarà che siamo abituati ai boschi delle nostre Alpi ma la foresta di conifere mista a sequoia non ci fa impazzire. Di certo il generale è unico nel suo genere ma saranno le rumorose famiglie in gita domenicale che non ci fanno apprezzare questo dono della natura.

10-13/1

Avevamo molte aspettative su San Francisco: sarà perché l’ho vista in tanti film e me ne avevano parlato così bene che non vedevo l’ora di vederla. Procediamo lentamente nel traffico su questo mega ponte che offre una prima bella vista sui saliscendi della città. Attraversiamo una parte di downtown con dei grattacieli altissimi, intorno uomini d’affari che corrono con il loro pranzo take away e ragazze con il bicchiere di coffee to go..ahhhh l’America! Passiamo di sfuggita da una via che entra in Chinatown ma siamo troppo concentrati sulla strada visto che qui non sono proprio così corretti alla guida. Siamo sui binari del tram, le salite sono da paura e il semaforo è rosso (fortuna hanno il cambio automatico e mi auguro non nevichi mai!). Addirittura ci sono le macchine con il paraurti rinforzato per resistere agli urti provocati nel parcheggiare in queste incredibili salite! Lasciamo le cose nel motel (la città è piena di motel, comodi e relativamente economici ma con parcheggio, che fanno risparmiare 40-50$ al giorno). E’ l’inn Broadway, dall’aspetto tetro e squallido ma con camere grandi e pulite, a 5 minuti dalla fermata del cable car e di fronte alla fermata del bus 47 che porta al Fisherman’s Wharf. Consiglio di fare il pass della MUNI per cable car + bus perché girare a piedi è impensabile, si perde tanto tempo. Mangiamo in un ristorante thai e partiamo alla scoperta di SF. Ci dirigiamo verso Union Square, il bel quartire commerciale da dove parte il cable car… e una fila lunghissima per salire! Consiglio di prenderlo due fermate più iin su, magari non starete attaccati ai pali esterni ma risparmierete 45 minuti di coda!Purtroppo trovo SF sporchissima, sembra che i lati delle strade non vengano mai puliti…Union Square è un po’ meglio ma comunque piena di poveri homeless, schizofrenici e tossicodipendenti; la loro presenza è inquietante ma non infastidiscono (evitare la sera i quartieri di Mission e Tenderloin). L’immagine che mi rimane impressa della città sono le bellissime case vittoriane colorate sui saliscendi con vista sulla baia (da vedere il quartiere di Russian Hill) e questa povera gente che predica di religione, urla di fantasmi o semplicemente dorme in terra, abbracciata al proprio cane. A prima vista non mi ha fatto impazzire di gioia come ad esempio mi aveva colpito New York, sarà che è considerata la più europea delle città americane (e a me le sue vie e i palazzi ricordano tanto Parigi, quindi qualcosa di visto e rivisto) ma avrei voluto vedere più “americanità”. Di seguito una breve descrizione quartiere per quartiere visitati a piedi, cable car e bus: – Russian Hill: bel quartiere tranquillo con case vittoriane tutte diverse tra loro. Da non perdere – Tra lombard street e hyde street- l’inizio del tratto considerato tra i più tortuosi al mondo circondato da ortensie e percorribile in auto. – Chinatown: caotica e piena di negozi di souvenir e ristoranti non così economici – Union Square: gioiellerie, negozi di lusso, caffetterie e qualche ristorante turistico. Al 7° piano di Macy’s c’è Cheesecake factory, $8 per una fetta di 5 dita di delirante bontà! – Soma: dall’altra parte di Market street, piena di negozi e ristoranti. Dovrebbe essere il centro della vita notturna di SF ma- sarà che è un martedì di novembre- dopo le 19 non c’è in giro un’anima! Si cena presto alle 21 qualche ristorante è già chiuso….ovviamente non avendo un vero e proprio centro molti scelgono un locale e vi ci passano tutta la sera facendo aperitivo, cena, dopocena insieme! Comuque si trova qualche pub o qualche locale alla moda in cui bere un drink. – North beach: pieno zeppo di ristoranti italiani, pizzerie e caffè dal sapore nostrano. prezzi alti e dubbia qualità in quanto pochi sono realmente gestiti da italiani, ma per chi sente la mancanza di casa una pizza tira sempre su il morale! – Fisherman’s Wharf: super turistico, pieno di ristoranti e negozi di souvenir; suggerisco il molo 43 1/2 dove, davanti alla pasticceria Boudin, c’è una filla di chioschi di street food di pesce: la bread bowl (zuppa di patate e calamari in una mega pagnotta per 7-8$), insalata di gamberetti, panini con crema di granchio, aragoste…in zona suggerisco anche IHOP per la colazione, superabbondante e pancakes buonissimi! Al pier 39 si possono anche vedere i leoni marini distesi al sole. Dai moli partono le gite ad alcatraz, molto interessanti e di effetto peccato per la troppa folla e in tantissimi bambini che correvano e urlavano in giro disturbando la visita. – Golden Gate Bridge: per arrivarci abbiamo cambiato due autobus e al ritorno abbiamo preso quello sbagliato…chiedete sempre all’autista perché le cartine e le segnalazioni non sono facili da capire ( ne abbiamo preso uno che secondo il display avrebbe dovuto portarci al molo e invece siamo finiti fuori città). Il ponte è quasi sempre immerso nella nebbia. Da vedere per una foto o una passeggiata ma niente di più. – Golden Gate Park: è parecchio fuori mano. Il parco è gigante e volendo si possono noleggiare le bici. alcune parti non sono molto curate, altre hanno dei bei giardini e laghetti. Abbiamo visitato il giardino giapponese per $7, da vedere solo se piace il genere. Al ritorno siamo passati dal quartiere Haight- Asbury, il vecchio quartiere hippy oggi un po’ degradato, con negozi di bigiotteria indiani e pakistani dal sapore new age. Poi da market street abbiamo preso il lentissimo tram storico F che costeggia i moli impiegandoci 2 ore e mezza dal parco al fisherman’s wharf! Forse la totale immersione nella natura nei giorni passati mi ha reso difficile il reinserimento in città e credo che comunque SF sia una città più da vivere che da visitare per apprezzarne la vera essenza.

13/11

 La California non ci è amica: dopo la pioggia di L.A. eccola di nuovo in quella che dovrebbe essere una delle zone più belle dello Stato: il Big Sur! Prima però facciamo tappa a Monterey dove la simpatica e gentile signora del Visitor Centre (a proposito cercateli sempre, sono un ottimo punto di riferimento e forniscono mappe gratuite e altro materiale) ci suggerisce di saltare la visita alla cittadina perchè dobbiamo assolutamente affrontare la strada costiera con la luce del sole e per arrivare a San Simeon ci vogliono dalle 2 alle 5 ore a seconda delle soste nei vari punti panoramici! Facciamo comunque un salto al molo, una versione in piccolo del Pier 39 di San Francisco. Non percorriamo la 17 miles drive per mancanza di tempo ma dicono sia molto bella: costeggia il promontorio di Monterey e costa $ 10 a vettura. Tenete presente che negli States qualsiasi parco,monumento, fiume o foresta sono di interesse nazionale e ci sono scenic drive e punti di osservazione ovunque. Anche i servizi igienici nelle Rest Area sono forniti e pulitissimi. Imbocchiamo la Pacific Highway 1 che si snoda stretta e tortuosa lungo la costa californiana a picco sulle gelide acque oceaniche. La nebbia – e la macchinata di cinesi davanti a noi – ci fanno procedere a velocità ridottissima e ammiriamo Il paesaggio che mi ricorda le coste selvagge dell’Irlanda. ANEDDOTO – I CINESI Nella quiete rossastra della Monument Valley vediamo emergere dalla polvere due SUV bruttini e uguali che viaggiano a velocità sostenuta in contromano. Sono 8 cinesi che stanno facendo tutto il percorso al contrario! Il giorno dopo – mentre camminiamo verso Horseshoe BendPoint, dove il Colorado scorre intorno a un Canyon, eccoli di nuovo urlanti e rumorosi guastare la sacralità del luogo… Infastiditi dal non poter contemplare il paesaggio in armonia con la natura non possiamo neanche scattare foto visto che sono in ogni angolo. Non riesco a credere ai miei occhi quando li vediamo anche al supermercato! Ed eccoli ora al Big sur, proprio davanti a noi, che guidano a ben 15 miglia/h con il piede sul freno…noi ovviamente non possiamo sorpassare perché la strada è buia e stretta e ormai la nebbia è davvero fitta, quindi arriviamo al Sea Breeze Inn a San Simeon in tarda serata.

14/11

Oggi finalmente c’è il sole. Lungo la panoramica facciamo sosta per ammirare una colonia di leoni marini: sono enormi, buffi e goffi; alcuni giocano tra di loro nell’acqua, altri sbadigliano o si grattano. E’ incredibile la somiglianza con gli essere umani. Sulla strada troviamo un’altra colonia ma più popolosa e …oziosa. Dopo una paio di ore di tragitto cominciamo a vedere un paesaggio a noi più noto: palme, megaville, surfisti che cercano l’onda, case sulla spiaggia e cabine dei guardiaspiaggia..siamo a Malibu! Abbiamo proprio la sensazione che da un momento all’altro sbuchi fuori uun bagnino di Baywatch. C’è anche un elicottero che si alza in volo per un’operazione di salvatagggio …sarà stato uno squalo? Sosta per pranzo in una pescheria (Malibu’s sea food) dove gustiamo dell’ottimo fish and chips. ll nostro viaggio prosegue fino a Santa Monica dove abbiamo prenotato una camera su Airbnb. Lindsay, la padrona di casa, è veramente gentile e ci fa sentire a nostro agio, dandoci consigli utili su cosa fare in città. Raggiungiamo a piedi la spiaggia e vediamo le prime palestre all’aperto. Ci rendiamo conto che gli americani sono super sportivi, corrono, camminano, pedalano ovunque. Tra gli altri ci ricordiamo di una mamma che fa jogging tenendo il passeggino nella destra e il cane al guinzaglio nella sinistra; un dog sitter sullo skateboard con 8 cani al guinzaglio; mamma e bambini sullo skate board che fanno dondolare l’hula hoop con il bacino. Sul molto di Santa Monica passeggiamo tra le bancarelle fino alla ruota panoramica illuminata e scattiamo la foto di rito al cartello “End of route 66”. Posso immaginare l’emozione di chi giunge a questo punto dopo aver attraversato tutti gli States su due ruote… una rampa ci conduce a Main Street da dove inizia una passeggiata pedonale con negozi, ristoranti e artisti di strada. E’ già tutto addobbato per Natale, e fa strano camminare in T-shirt tra lucine e pupazzi di neve. Ci fermiamo a bere un drink in locale messicano e -ironia- è della stessa catena di quello dove ci siamo fermati due settimane fa, nel nostro primo giorno in terra americana. Con l’Happy Hour (in usa va moltissimo il 2×1 in certe ore del giorno e della sera) prendiamo 2 Corona, 2 ottimi Margarita lampone e banana, una porzione di jalapenos fritti e gli immancabili nachos spendendo $ 30 Camminiamo fino a un centro commerciale all’aperto dove non mancano i ristoranti Italian style con la pizza a $16. Noi però siamo attratti da un pub stile bikers con le targhe appese alle pareti ma si rivela una pessima scelta: il mio sandwich al pollo è in realtà un hamburger con pollo fritto marinato in aceto e paprika immangiabile. Sulla strada verso casa passiamo davanti a una scuola dove ragazzi e ragazze stanno giocando a calcio a squadre miste e penso che in Italia non ho mai visto nulla di simile.15/11 Venice si trova a pochi minuti di auto da Santa Monica e la sua spiaggia ne è il prolungamento. Anni fa la città era disseminata da canali che poi sono stati ricoperti; oggi ne rimangono pochi, sui quali si affacciano piccole casette di legno colorate. La vera attrattiva sono la spiaggia e l’Ocean Front Walk, dove si incontrano personaggi davvero bizzarri. La passeggiata pullula di artisti di strada, venditori ambulanti, chiromanti, pittori, addirittura una cane che fa la guardia alla merce indossando degli occhiali da sole rosa; ci sono poi rastaman, negozi di tatuaggi e piercing dalla dubbia igiene, locali legati alla cultura della cannabis. L’atmosfera è colorata e vivace ed è davvero piacevole passeggiare al sole con la musica nell’aria. La spiaggia è grandissima e mi stupisco nel vedere che ognuno tiene sottobraccio la sua tavola da surf: in acqua ci sono tantissimi surfisti che galleggiano in attesa dell’onda perfetta ma solo un paio attirano la nostra attenzione, facendo avvitamenti e cavalcando l’onda..che spettacolo! Qui c’è anche l’originale Muscle Beach dove si allenava Arnold Schwarzenegger, una palestra all’aperto per esibizionisti rigorosamente abbronzati e a petto nudo che si fanno fotografare mentre si allenano!. Questa notte dormiamo al Travelodge LAX, un motel carinissimo vicino all’aereoporto, al noleggio auto e a Denny’s, dove ci concediamo l’ultimo superhamburger. Il mattino seguente la navetta ci porta direttamente davanti all’ingresso del Terminal e facciamo rapidamente il check in e i controlli (al contrario dell’arrivo). Ma non posso lasciare gli States senza il mio ultimo coffee to go e un sublime cupcake panna e fragola che mi dà l’energia per affrontare un viaggio di 15 ore.Non abbiamo molta voglia di tornare alla routine ma siamo pienamente soddisfatti del viaggio che abbiamo organizzato con tanta cura: abbiamo fatto e visto tutto quello che avevamo programmato, ci siamo concessi momenti di relax e abbiamo percorso 3000 miglia in auto senza mai sbagliare strada (grazie a un buon GPS e alle ottime indicazioni stradali); abbiamo fatto il pieno di hamburger e cheesecake; abbiamo visto paesaggi che non potevano essere più diversi tra loro, dalla gloria anni ’50 di Hollywood ai deserti dell’Arizona, dalla grandiosità del grand Canyon alla particolarità del Bryce Canyon, dalla folle Las Vegas al territorio desolato della Death Valley. E ancora le foreste di sequoia, i saliscendi di San Francisco, la California selvaggia del Big Sur e quella mondana di palme e surfisti. Un viaggio nel mito, nell’America del far west e dei telefilm, ma anche così reale, da ammirare e – perché no- imitare. Perché non solo i paesaggi ci hanno stupito: abbiamo infatti trovato persone disponibili e cordiali anche nel fast food più sperduto, persone che come prima cosa ti chiedono come stai e poi ti fanno domande sul tuo paese di origine, persone educate che chiedono scusa se ti urtano uscendo da un negozio e ti tengono la porta aperta de devi entrare. Abbiamo visto esempi di civiltà che in Italia purtroppo non esistono, dall’educazione stradale all’attenzione nei confronti delle persone disabili. Ma per ogni viaggio finito ce n’è un altro da organizzare: passo davanti al gate dove stanno imbarcando un volo per Papeete e un pensiero mi attraversa…. ON THE ROAD AGAIN!

 

NEW YORK: E FU SUBITO AMORE

Mi sono innamorata di New York appena uscita dalla porta degli arrivi internazionali. Ci siamo – mi son detta – io e te Grande Mela nel mio primo viaggio da sola. Con il profumo di muffin nelle narici mi andai all’uscita del Terminal 8 per incontrare i miei compagni di viaggio che ancora non conoscevo. Contrattammo un big taxi che ci porto’ fuori da questo aeroporto immenso, verso il Queens. L’eccitazione della mia prima volta in America e la stanchezza di un volo lungo e non proprio tranquillo creavano intorno a me un alone di stordimento.E poi, mentre nella mente mi frullavano tutti i casini che avevo lasciato in Italia, mi illuminai. Eccola, The City con i suoi grattacieli altissimi e un Empire State Building che ci dava il benvenuto. A New York sembra davvero di essere dentro a un film, eppure mi sentivo a casa.

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Perché amo New York? Perché lì puoi essere chi sei, o chi vuoi,  a te la scelta. Perché tra le migliaia di persone che attraversano la strada insieme a te c’é tutto l’universo. Perché i grattacieli sono cosi immensi che non vedi la cima, ma in fondo sembra di essere in un paesone: trovi ancora le botteghe, i mercatini delle pulci, i bistro’ e la gente che corre nei parchi. La amo perché potrebbe essere casa di tutti, e c’é spazio per tutti.

Sebbene il modo migliore per conoscere una città sia quello di perdersi tra le sue strade, parlare con la gente e vivere la quotidianità, ci sono dei luoghi di Manhattan che vanno assolutamente visti almeno una volta.Fate attenzione alle distanze e programmate un itinerario dettagliato in base al tempo che avete a disposizione per evitare di fare up&down tutto il giorno e arrivare al tramonto distrutti.

Ecco cosa non perdersi nel primo viaggio a New York:
  1. LA STATUA DELLA LIBERTA’.

Simbolo incontrastato di Manhattan, The Lady domina la baia dall’alto dei suoi 93 metri. Si prende il traghetto da Battery Park (fermata South Ferry linea 1); il costo è $ 18 (www.statuecruises.com) e il viaggio da solo vale tutto il prezzo del biglietto: avvicinarsi alla statua con lo skyline che si apre alle nostre spalle è uno spettacolo magnifico. Se avete intenzione di salire fino alla corona dovete prenotare per tempo (www.nps.gov/stli) .

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 2.   ELLIS ISLAND

Arrivare su quest’isolotto che per molti anni fu meta ambita dei molti emigranti da tutta Europa è stato piuttosto emozionante. Il museo si sviluppa su tre piani e racconta, stanza per stanza, come venivano accolti, catalogati, intervistati, visitati e infine giudicati idonei o meno ad entrare in territorio statunitense. Credo sia una tappa obbligatoria per comprendere il passato dei nostri connazionali e forse parenti che a partire dall’ottocento lasciavano il Paese con la famosa valigia di cartone e senza una lira nella speranza di una vita migliore. Alla fine del percorso è possibile accedere a un database che raccoglie i nomi, la provenienza e le informazioni su tutti coloro che transitarono da qui. L’ingresso e’ compreso nel prezzo del traghetto e l’audioguida (anche in italiano) è gratuita. In alternativa lo si puo’ includere nel New York City Explorer Pass. ( https://it.smartdestinations.com/new-york-attractions-and-tours/_d_Nyc-p1.html?pass=Nyc_Prod_Exp&allInc=true).

3. MEMORIALE 11 SETTEMBRE

Un altro emozionante must è sicuramente il monumento che ricorda l’attentato dell’ 11 settembre 2001. Sui bordi di due immense vasche sono incisi i nomi di tutti coloro che persero la vita. Vale la pena anche la visita al memoriale sotteraneo in cui vengono raccontati gli attacchi con tecnologie multimediali. Il biglietto costa $ 24 oppure si puo’ scalare dal New York City Explorer Pass.


4. PONTE DI BROOKLYN

Non puoi dire di essere stato a New York se non hai attraversato uno dei simboli della città. La traversata regala un panorama mozzafiato che diventa ancora piu’ bello una volta giunti al Brooklyn Bridge Park, un parco di 34 ettari che si estende nel quartiere di Dumbo e dove è ancora in funzione la giostra del 1922 Jane’s Carousel. A Dumbo c’è anche uno dei miei luoghi preferiti dove fotografare la stessa scena del film “C’era una volta in America”. Tornando verso Uptown passate per il financial District, un labirinto di grattacieli immensi e scintillanti e cercate Wall Street: la tentazione di entrare nella Borsa piu’ famosa del mondo e mettersi a urlare numeri a caso c’è ma sembra non sia piu’ possibile… quello che pero’ potete fare è prenotare con largo anticipo una visita gratuita alla Federal Reserve, la Banca Centrale degli Stati Uniti d’America per una sbirciatina al caveau dove è contenuta la principale riserva di oro del Paese.

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5. GREENWICH VILLAGE

Manhattan non è solo Times Square e grattacieli scintillanti e il Greenwich village lo dimostra. Delizioso quartiere nella parte ovest della città, è noto per i vicoli pittoreschi e le casette basse. Gli appassionati di Sex&thecity lo sanno bene visto che al 66 di Perry Street c’è l’appartamento di Carrie…


6. LA HIGH LINE

Un altro luogo che mi affascina moltissimo è la nuova zona verde che da Chelsea nord arriva al Meatpacking District su cui fino a inizio Novecento correvano i binari per il trasporto merci.  Questa ex area industriale squallida rimase abbandonata e mal frequentata fino ai primi anni ’90 quando iniziarono molti progetti di riqualificazione della City.  Adesso la High Line ospita un parco, una pista ciclabile e installazioni di arte contemporanea ed è affollatissima soprattutto la domenica. Da non perdere – all’uscita sulla 14th – il Chelsea Market, un pittoresco mercato coperto che ospita ristorantini, street food e bancarelle tra cui il Lobster Place, dove mangiare dell’ottimo sushi e un immancabile panino con l’aragosta!


7. UNION SQUARE E IL FLATIRON BUILDING

L’eclettico quartiere ospita una buona varietà di negozi e – nel periodo natalizio – un bel mercatino di Natale. Qui sorge il particolarissimo e famoso Flatiron Building, o “il ferro da stiro” che si puo’ ammirare comodamente seduti sulle panchine del Madison Square Garden mentre si gusta un hamburger di Shake Shack. Da non perdere il Beer Garden sul palazzo che ospita Eataly e per i piu’ appassionati il negozio della Lego.

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8. MIDTOWN

E’ il cuore pulsante e piu’ conosciuto di Manhattan: dalle luci sfavillanti di Times Square alla maestosità dell’Empire State Building, dai teatri di Broadway al Moma tutto vi costringerà a girare continuamente la testa e a rimanere a bocca aperta. Il lusso della 5th Avenue meriterebbe un articolo a parte, soprattutto se percorsa durante il periodo natalizio, quando le grandi boutique del calibro di Tiffany, Cartier e Prada si vestono delle loro migliori decorazioni, per poi arrivare al celeberrimo Rockfeller Centre e la sua pista da pattinaggio.

Programmate con il vostro City Pass Explorer l’ingresso all’Empire prima del tramonto: vedere Manhattan accendersi con migliaia di luci dall’alto dei suoi 86 piani non ha prezzo!

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Passegiando lungo la 5th Avenue vi imbatterete inoltre nella St. Patrick’s Cathedral, un’imponente chiesa gotica che spicca in mezzo ai grattacieli di vetro.

Non perdetevi un salto alla Grand Central Station, luogo dove furono girati numerosi film: il piano inferiore ospita inoltre un food court con tante bancarelle e specialità da ogni parte del mondo.

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Se venite a New York non potete assolutamente perdervi uno spettacolo a Broadway: il calendario dei musical e degli spettacoli è fittissimo e registrano il tutto esaurito nonostante i prezzi non proprio abbordabili. Tra tutti il piu’ famoso è sicuramente il Radio City Music Hall che ospita lo spettacolo natalizio (stupendo!) delle Rockettes. Se volete risparmiare qualcosa rivolgetevi ai baracchini del TKTS di Times Square o South Street Seaport dove si trovano biglietti anche a metà prezzo per il giorno stesso.

9. CENTRAL PARK

Visitare Central Park è un obbligo morale. A parte il sentirsi pigri e nullafacenti in confronto a tutti gli sportivi che ti girano intorno, è veramente un’area di pace e relax all’interno del caos cittadino. Una passeggiata, un hot dog, un giro in barca, una foto di rito a Strawberry Fields e il pomeriggio è passato. Il polmone verde di New York è immenso e lo si vede bene dall’alto del Top of the Rock (biglietti da $ 39 oppure scalabili dall’Explorer Pass) . Noi abbiamo comprato del cibo da asporto in uno dei tanti self service Essen dislocati per la città e ci siamo goduti il pranzo su una panchina vista laghetto e abbiamo passato il pomeriggio al Museo di Storia Naturale celebrato nel film “Una notte al Museo”: conserva cimeli storici interessantissimi, un’area dedicata ai minerali, una statua dell’isola di Pasqua e ovviamente lo scheletro del T-rex .

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10. I ROOFTOP BAR

Si tratta di locali piu’ o meno lussuosi situati all’ultimo piano dei grattacieli, le loro terrazze sono sempre animate anche in inverno e offrono una vista incredibile su Manhattan. Solitamente non è richiesto un abbigliamento formale anche se dipende dalla serata. Noi siamo entrati indisturbati in un locale superchic in scarpe da ginnastica e zainetto frequentato da modelle e calciatori e nessuno ci ha fatto caso.
Il costo dei drink va dai 10$ in su ed è spesso richiesto un documento per verificare l’età.
Ce ne sono moltissimi e tra i piu’ celebri ricordiamo:

– St. Cloud at Knickerbrocker Hotel
– Le Bain at Standard Hotel
– The Cantor Roof Garden at Metropolitan Museum
– Top of the Strand
– The Press Lounge
– Salon de Ning
– Pod 39
– Upstairs at the Kimberly
– The Heights

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Bene, avete preso appunti? Avete organizzato il vostro itinerario? Ecco ora dimenticate tutto, lanciatevi nella City pieni di curiosità ed energia, perdetevi tra le strade, infilatevi nei bistro’ e parlate con la gente, scoprite punti panoramici isolati. Meravigliatevi… siete a New York!















EXPO: IMPRESSIONI A CALDO

Forse abbiamo scelto la giornata sbagliata, ma a causa di impegni lavorativi non potevamo che andare di sabato 5 settembre, ovvero il giorno che ha registrato il record di ingressi battendo la giornata del 29 agosto che aveva contato ben 157.801 persone e arrivando ad un picco di 200.000.

Code…allo specchio

L’affluenza sta aumentando rapidamente nelle ultime settimane, complici le belle giornate di settembre e l’aria fresca che scaccia l’afa dei mesi estivi. Nella sola settimana dal 24 al 30 agosto sono invece 861.553 le persone che hanno deciso di visitare la grande esposizione mondiale, inaugurata nel 1851 in Inghilterra in piena epoca industriale e sviluppatasi nei decenni con temi differenti.

Expo Milano 2015 ha suscitato dall’inizio perplessità e opinioni contrastanti. Io non mi sono schierata e ho ritenuto opportuno farci una scappata per vedere coi miei occhi di cosa si trattava.

L’organizzazione è iniziata qualche giorno prima con l’acquisto dei biglietti tramite la Coop che ci ha fatto risparmiare € 13 a testa. Peccato però che i biglietti andavano registrati sul sito di Expo creando un account personale (e ho dovuto fare 4 account diversi per i componenti della mia famiglia!) e inserendo la data della visita – questa operazione non è obbligatoria ma ai tornelli si riservano il diritto di lasciarti fuori se c’è troppa gente…

Poi è iniziato il dilemma del trasporto: c’è da dire che vi si arriva benissimo con tutti i mezzi e alla fine abbiamo scelto l’auto, non abbiamo trovato trovato traffico e abbiamo parcheggiato comodamente al P2, pagando € 16 (contro i € 12 del parcheggio di Arese, un po’ più lontano ma servito da navetta), siamo saliti sullo shuttle bus e in 5 minuti eravamo davanti all’ingresso.

Se le biglietterie erano vuote, tutte le 200.000 persone erano accalcate agli ingressi per i controlli di routine tipo aereoporto, Un lungo corridoio coperto e sopraelevato ci conduce all’ingresso Fiorenza e da lì inizia la nostra visita.

Ci sono code infinite ovunque, ai padiglioni, ai bar, alle fontanelle dell’acqua…un fiume di persone che si riversa in ogni angolo dell’esposizione e si prepara a lunghe attesa sotto il sole. Eh già, perché per visitare i famosi padiglioni “più belli” si parla fino a 4 ore di attesa (per l’esattezza 3h40 per il Giappone e 4h Emirati Arabi). La coda per visitare il padiglione Nepal si rivela più “breve”, solo 1h30, e abbastanza deludente in realtà: un tempietto con all’interno un Buddha e un ristorantino dove assaggiamo 5 polpette di maiale speziate per € 6.

Lungo il Decumano, la via principale lungo la quale si snodano i vari pavillons, ci sono bancherelle finte che espongono prodotti altrettanto finti: dalle verdure al pane alla carne una sfilata di sfiziosità di plastica… capisco il problema della fame del mondo ma non sarebbe stato più utile mettere un mercato vero con prodotti in vendita…?

Storditi dalla folla, ci incamminiamo alla ricerca di qualcosa da vedere e e facciamo la coda per l’Iran che si rivela abbastanza interessante nella presentazione delle sue coltivazioni di piante aromatiche, ma nulla di stupefacente.

Kiss me, I’m Irish

Visitare il Padiglione Italia è impossibile, così come quello dei Vini e quindi ci avventuriamo nell’ardua impresa di ricerca di cibo.

Si sente ormai dall’inizio che i prezzi siano proibitivi… ora, sicuramente una famiglia che ha già speso cento euro di biglietti non può permettersi un cannolo (peraltro secco a detta mio papà) a € 4 ma non ho trovato questa esagerazione, sarà che sono abituata a Firenze ma comunque:

– acqua naturale e gassata gratis alle fontanelle;

– una coppetta di gelato € 2,50

– un piatto degustazione di farro, prosciutto, olive, carciofi e funghetti € 5

– un cheeseburger € 9

– una croque baguette ( metà baguette al forno farcita con formaggio fuso e prosciutto o bacon) € 7

– una birra in bottiglia € 3

– panino con porchetta € 5

– kebab di cioccolato € 4

– piatto degustazione con calice di Prosecco € 10

il Vietnam e le sue risaie

Ho visto poi molti ristoranti che offrono il menu self service a 15-20 euro ma bisogna girare un po’ per trovare delle buone proposte (in ogni caso sul sito c’è una sezione interamente dedicata al food).

Di certo a digiuno non si resta: dall’ American street food truck alla salumeria Beretta, dai ristoranti etnici dei padiglioni alle varie proposte Italiane regionali ce n’è per tutti i gusti.

La visita continua con il padiglione americano. Interessanti le coltivazioni a parete verticali e i pannelli solari che cambiano colore in base ai raggi UV e bella la terrazza.

Mi è piaciuto il padiglione Oman, in pieno stile arabo con tanto di palme e riproduzioni di alimenti locali.

particolare del Padiglione Nepal

Molto suggestivo anche quello del Qatar, dove – dopo una presentazione dei piatti tipici (ma anch’essi di plastica!) si procede lungo una spirale in discesa guardando un video proiettato nella parte centrale.

Ho trovato simpatico il piccolo padiglione dell’Indonesia che ci ha accolto con una sorridente ballerina e una dimostrazione di un ballo tipico. All’interno c’è una riproduzione in legno delle isole dell’arcipelago che contiene le principali produzioni di spezie.

I padiglioni africani sono quasi tutti piccoli e senza troppa coda ma principalmente all’interno vendono prodotti di artigianato locale.

coltivazioni verticali in America

COSA MI E’ PIACIUTO: 

  1. Tutti i padiglioni da fuori sono bellissimi. Forse meriterebbe la visita solo per gli esterni: ognuno di forma e colore diversi ma a mio avviso capolavori di architettura e fantasia.
  2. L’atmosfera tipica del luogo nei ristoranti etnici e la vivacità di punti-aperitivo quali Terrazza Martini e birrificio Moretti o la food area vicino al Padiglione Olanda.
  3. All’interno dei padiglioni ogni spiegazione è fatta con pannelli multimediali e touch screen, che rende l’esperienza anche divertente.
  4. I balli/canti tipici che si trovano gironzolando qua e là per i padiglioni.

COSA NON MI E’ PIACIUTO:

  1. Troppa troppa troppa gente! Prendete Gardaland in una giornata estiva. Ecco peggio. Perché almeno lì scarichi l’attesa con una botta di adrenalina. A expo se ti va bene ti fai una cultura sui metodi di coltivazione dell’orzo del Paese.
  2. Giustamente ad ogni Padiglione c’è l’ingresso prioritario per disabili, passeggini e donne in gravidanza. Preparatevi a farvi sorpassare mentre siete in coda da due ore da molti furbi che approfittano della mancanza di controlli….
  3. I bagni. sporchi e puzzolenti. ma almeno qui- strano a dirsi-  niente coda.
  4. L’insufficiente numero di sedie, panchine o poltroncine: io mi sono seduta a mangiare sul marciapiede, ma magari le persone più anziane di me o chi vuole riposarsi vorrebbero stare più comodi.
  5. L’esposizione di prodotti finti. Terribile il maiale di plastica.
L’albero della Vita

AUFWIEDERSEHEN BERLIN

Erano anni che sognavo di visitare Berlino. Studiando tedesco al Liceo mi rimasero impresse nella mente le immagini di quel fatidico 9 novembre 1989 che il professore ci faceva vedere per allenare la comprensione linguistica utilizzando i telegiornali del tempo. Successivamente, durante un corso di storia e letteratura tedesca, mi ritrovai a dover presentare una tesi su un argomento a scelta riguardante la capitale e io scelsi ” l’arte del Muro: graffiti e murales”. Mi si aprì un mondo che non conoscevo e mi ripromisi che avrei dovuto assolutamente vedere dal vivo ciò che avevo presentato in Powerpoint.

Purtroppo -come spesso accade quando le aspettative sono così alte- si può rimanere delusi. Forse colpa del grigiore invernale che mai rende giustizia alle città ma ho impiegato quasi tre giorni per farmi un’opinione di Berlino e sono arrivata alla conclusione che non è una città da vedere, ma da vivere, possibilmente a lungo per assaporarne la vera essenza.

Non fraintendetemi… non dirò mai che la porta di Brandeburgo non è un monumento degno di fotografia o che l’ Holocaust Mahnmal non sia toccante, ma passeggiando per i lunghi viali ho avuto sempre la sensazione di essere catapultata indietro nel tempo, in quegli anni ’80 sovietici che avevo visto in televisione, con un’architettura imponente che mi faceva pensare a mille occhi nascosti dietro le finestre e impauriti da quello che stava succedendo nel mondo, in Germania, in una Berlino spaccata a metà.

Mi sembrava di respirare l’assurda politica di allora e solo Potsdamer Platz con la sua modernità mi ha riportato nel 2015.  Per i primi tre giorni ho giudicato Berlino quadrata, grigia, anni ’80.

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Poi la parentesi natalizia dei tanti mercatini ci ha catapultato in un’atmosfera ovattata deliziando olfatto e gusto (e come dico sempre “il vin brulé scalda l’anima”); abbiamo curiosato tra le bancherelle del mercato delle pulci, passeggiato per quartieri residenziali e scoperto locali caratteristici e unici, scoprendo forse la Berlino vera, quella dei (pochi) Berlinesi che vi abitano, ma che comprano l’albero di Natale e se lo portano a casa in metropolitana. Abbiamo visto la Berlino dai bei palazzi e quella dei garage ricoperti di graffiti, le vie dello shopping internazionale e le botteghe vintage accanto ai ristorantini etnici, pezzi di muro qua e là e mille cantieri aperti visibili dal Panoramapunkt in Potsdamer Platz. Una città sospesa tra un passato che vuole dimenticare ma che si percepisce forte nell’angosciante Topografia del Terrore e un futuro fatto di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo che sperano di realizzare qui i loro sogni.

Berlino è una città che ha sofferto moltissimo nella storia, è stata bombardata, distrutta, ricostruita e poi divisa e ora si afferma come la capitale più cool d’Europa; ed è per questo che dovrò ritornare, per osservarla, capirla e viverla. E allora…aufwiedersehen Berlin!

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COSA VEDERE:

Avendo a disposizione quattro giorni abbiamo scelto di non visitare i musei famosi della Museuminsel, nonostante ce ne siano alcuni veramente degni di nota. Dato il mio fortissimo interesse nei riguardi della storia del Muro ci siamo dedicati molto a musei (peraltro gratuiti)e luoghi storici legati alla divisione delle due Germanie.

    • EAST SIDE GALLERY: imperdibile tratto di muro che testimonia la sofferenza creata dalla divisione della città e dipinta dai grandi Thierry Noir, Birgit Kinder e Kani Alavi. Alcuni sono in fase di “pulitura” e protetti da transenne. La troverete un’esperienza emozionante se riuscirete ad evitare i tantissimi pullman che sostano a bordo strada.

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    • GEDENKSTATTE BERLINER MAUER: il più importante monumento che ricorda le vittime del Muro che correva lungo Bernauer Strasse. Il sito spiega gli elementi di cui era composta la barriera divisoria compresa la terribile “striscia della morte”. Dall’altra parte della strada c’è un bookshop dove proiettano filmati originali di quegli anni.

    • TRANENPALAST: comodissimo da raggiungere poiché dietro a Friedrichstrasse Banhof. Rappresenta un interessante spaccato della vita quotidiana ai tempi del Muro: si tratta infatti del luogo dove i berlinesi dell’Est dovevano dire addio ai loro parenti occidentali venuti in visita e dove sono raccolti ora foto e oggetti dell’epoca.

    • CHECKPOINT CHARLIE: era il principale punto di passaggio per gli alleati e i diplomatici che avevano il permesso di transitare tra le due parti della città. Diventato molto turistico merita una visita per l”esposizione fotografica gratuita che si trova dall’altra parte della strada.

    • ALEXANDERPLATZ: vestita a festa sembra anche una bella piazza, dominata dall’imponente  Fernsehturm (368m) con tanto di ristorante panoramico.

    • TOPOGRAFIA DEL TERRORE: la mostra fotografica sorge nel luogo che un tempo era sede delle istituzioni più temute del Terzo Reich. Il percorso – completamente gratuito – illustra i passi dell’ascesa al potere del Nazionalsocialismo e le barbare conseguenze in Germania e in Europa. La visita è molto toccante e non vi lascerà indifferenti.

    • POTSDAMER PLAZT: la piazza di presenta oggi come il centro nevralgico della città reinterpretando in chiave moderna ciò che era prima della guerra. Uffici, negozi e grattacieli fanno da cornice ad alcuni segmenti del muro (tra i quali il frammento dipinto da Thierry Noir) e sculture all’aperto di Keith Haring. Sembra impossibile che negli anni della divisione delle due Germanie questa piazza fosse un piazzale sterrato e deserto situato al confine dei territori americani e russi. Solo dopo la caduta del muro il nuovo centro commerciale e direzionale è diventato simbolo della ricostruzione della città.

    • PANORAMAPUNKT: l’ascensore più veloce d’Europa vi porta in men che non si dica a m100 per una vista a 360° sulla città. Sulle pareti di mattoni rossi una mostra fotografica racconta la Berlino bombardata prima e divisa in due poi. Un interessante percorso per capire meglio la storia travagliata e complessa della capitale tedesca. La salita costa € 6,50.

    • BUNKER DI HITLER: nulla resta della roccaforte sotterranea che ospitò Hitler nell’ultimo periodo della sua vita. Completamente raso al suolo dai Russi durante l’avanzata ospita oggi un parcheggio e un pannello informativo che lo descrive.

    • HOLOCAUST MANHMAL: il monumento commemorativo alle vittime ebree durante il Nazismo si compone di 2711 stele simili a sarcofagi che incutono un senso di disorientamento e claustrofobia una volta che si inizia a girare tra di esse.

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    • PORTA DI BRANDEBURGO: porta di accesso alla città è sicuramente una tappa obbligata. All’epoca del muro era intrappolata nella Berlino Est mentre oggi è sede di ambasciate. Da qui inizia il lungo viale Unter den Linden, di cui una parte è pedonale, mentre alle sue spalle vale una passeggiata l’enorme parco cittadino Tiergarten.

  • REICHSTAG: il centro del potere politico tedesco si presenta come un imponente edificio sormontato da torri ai quattro angoli e da una possente targa in bronzo che riporta la scritta ” Al popolo tedesco”. La visita alla cupola di vetro è gratuita ma va prenotata con largo anticipo sul sito http://www.bundestag.de oppure bisogna presentarsi la mattina presto all’ufficio prenotazioni anstistante il Parlamento e registrarsi. Vengono fornite audioguide gratuite anche in Italiano che accompagnano lungo il percorso a spirale fino ad arrivare in cima, da dove si gode una vista mozzafiato.

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  • MAUERPARK: ritrovo di Berlinesi e turisti la domenica, quando un grande mercato delle pulci espone oggetti d’antiquariato utili e di dubbio gusto, cianfrusaglie inutili e abiti originali vintage, idee regalo e bigiotteria, ricordi dell’era comunista, vinili e vecchi mobili. Per una pausa dallo shopping ci sono bancarelle di cibo etnico e biergarten.

ESSEN UND TRINKEN (mangiare&bere):

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A Berlino non morirete certo di fame, tantomeno di sete! Dagli eleganti Café alle stube tipiche passando per Street food e birrerie bavaresi l’arte di stare a tavola è arrivata anche qui. Ecco dove abbiamo speso la maggior parte dei nostri soldi…. :

  • Nel quartiere di Kreuzberg non potete perdere l’evento settimanale del giovedì: Lo Street Food Thursday. Dalle 17 alle 22 nel mercato coperto Markthalle Neun potrete gustare piatti completi e cibo di strada proveniente da ogni angolo del pianeta a prezzi assolutamente accessibili. Noi abbiamo provato delle polpette di polpo giapponesi e crepes cioccolato e banana, il tutto ovviamente annaffiato da una dissetante Radler!

  • MAX UND MORITZ: in realtà non siamo riusciti a cenare perché era strapieno, ma la sua notorietà sul web e il menu esposto ci hanno lasciato con l’acquolina in bocca.

  • CURRYWURST: andare a Berlino senza mangiare il Currywurst sarebbe come venire in Italia e non provare la pizza. Ogni chiosco di strada li serve nel panino morbido, con aggiunta volendo di ketchup o mayonese e patatine fritte. Addirittura ci sono i Currymen, venditori ambulanti di wurstel. La cosa divertente è che non c’è un’ora precisa per mangiarli, ma ogni momento della giornata è buono!

  • AUGUSTINER AM GENDARMENMARKT: è una birreria bavarese dove si possono gustare stinco di maiale, wurstel di ogni tipo, brezel e altri piatti tipici della tradizione del sud. Frequentato anche dai locali, è un luogo dove riscaldarsi durante le fredde giornate Berlinesi. I prezzi sono medio-alti per lo standard della città. La birra – inutile dirlo – eccezionale.

  • HOFBRAUHAUS BERLIN: immensa birreria in stile Bavarese dove camerieri in costume tipico servono i Mas (boccali di birra da un litro). Qui regnano il caos e la confusione di tavolate allegrotte e band musicali in un’atmosfera stile Oktoberfest.

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  • ZUR KLEINEN MARKTHALLE: piccolo, rustico e intimo non lontano da Moritzplatz. Servono piatti della tradizione tedesca ad un prezzo davvero onesto. Da provare assolutamente la zuppa di funghi e aglio!

  • BERLINER REPUBLIK: è un piccolo locale vicino alla fermata Friedrichstrasse dove i prezzi delle birre variano ogni 5 minuti come in Borsa! Sugli schermi posizionati nel locale scorre l’andamento della domanda/offerta dei drink e si deve ordinare prima che il prezzo cambi!

MERCATINI DI NATALE

 

Devo ammettere che se non fosse stato per tutti i mercatini natalizi presenti a Berlino, non avrei giudicato la città allo stesso modo: le luci, i profumi e le musiche creano un’atmosfera di festa ovattata e serena e invogliano ad una sosta golosa e rifocillante.

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Alla continua ricerca di vin brulé e di altre delizie ne abbiamo visitati molti. Ecco si seguito la mia opinione:

  • MERCATINO DI ALEXANDERPLATZ: nonostante ci avessero detto di evitarlo perché troppo turistico abbiamo deciso di farci un salto e di fermarci anche a mangiare. E’ abbastanza grande e ci sono molte casette di legno che vendono oggetti natalizi, articoli regalo, dolci e molti altri cibi. Mi sono piaciuti molto il grande carillon e la giostra coi cavalli. I prezzi sono leggermente più alti degli altri mercatini, ma non improponibili.
  • ROTES RATHAUS: in un parco poco lontano da Alexanderplatz c’è questo piccolo ma delizioso mercatino molto meno affollato. Lo stile è ovviamente lo stesso: casette di legno che vendono ogni golosità dolce e salata. Quando si prendono il vin brulé o lo Jagertee si paga una cauzione che viene restituita quando si riconsegna la tazza, altrimenti si possono tenere e collezionarle tutte! All’ingresso c’è anche la pista di pattinaggio.
  • AM GENDARMENMARKT: questo grande e affollato mercato natalizio si trova nella piazza tra le due chiese gemelle. Nei giorni feriali si paga l’ingresso di € 1. Qui, oltre a Biergarten e cucine a vista, ci sono intagliatori di legno e musicanti.
  • POTSDAMER PLATZ: la pioggia ci ha spinti a ripararci sotto le casette di legno di questo piccolo mercato non eccezionale se non per la presenza di una pista da sci per bambini e altri intrattenimenti per i più piccoli.
  • SPANDAU: il mercato natalizio di Spandau (a circa 20 minuti di metro da Alexanderplatz) è sicuramente il più autentico, grande e divertente della città. Per tutto il quartiere si snodano le solite casette di legno dove viene venduto ogni genere di leccornia, da mangiare e da bere! E inoltre, abbigliamento invernale, giostre per bambini e decorazioni. L’atmosfera è davvero magica, con le famiglie che portano i bimbi a mangiare lo zucchero filato e i cori che intonano canti natalizi.
  • MERCATO DI SANTA LUCIA A KULTURBRAUEREI: è un pittoresco mercatino natalizio all’interno della vecchia fabbrica di birra. La particolarità sono le capanne in stile scandinavo che vendono oggetti e prodotti del nord Europa.

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KISS ME I’M IRISH. GALWAY CITY

La prima volta che sono partita per Galway non sapevo né dove si trovasse esattamente né tantomeno che cosa mi aspettasse. Atterrata all’aereoporto di Shannon, trovai con facilità l’autobus che mi avrebbe portato in città: con gli occhi incollati al finestrino osservavo intorno a me distese di campi verdissimi e un cielo grigiastro poco raccomandabile. La musica dell’ Ipod che avrebbe dovuto tranquillizzarmi si rivelò inutile: ero già calmissima, nonostante dentro di me esplodesse la curiosità per l’avventura che stavo per vivere. Un lungo, intenso, divertente e pazzo anno in Irlanda.

Una volta arrivata mi sentii stranamente a casa anche se non capivo una parola di quello che mi dicevano. Avevo già fatto altri viaggi e studiavo lontano da casa ma la consapevolezza che quella sarebbe stata la mia nuova dimora per un periodo così lungo mi elettrizzava e mi spingeva a buttarmi con il mio inglese scolastico.

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Un brulicare di gente si muoveva qua e là per Eyre Square, la piazza principale; alcuni  ragazzi giocavano a rugby, a calcio gaelico o hurling; altri studiavano sdraiati sul prato ; le ragazze con vestiti dai colori sgargianti  improvvisavano sfilate in un tardo pomeriggio di fine estate.

Mi sentivo una spettatrice che piano piano entrava a far parte di quel mondo sconosciuto mentre percorrevo Shop Street gremita di negozi di souvenir, ristorantini tipici e un pub dietro all’altro (rimasi sorpresa nel vedere la gente che beveva la guinness alle 11 del mattino ignara del fatto che da lì a poco l’avrei fatto anche io…). Come Alice nel Paese delle Meraviglie camminavo con il naso all’insù per ammirare le casette colorate, le viuzze traverse; rimasi estasiata dalla musica che proveniva  dai negozi, dai pub, dai ragazzi in strada che con chitarre, bonghi,jambé e arpe incantavano e invitavano i passanti a unirsi al coro, dalle case antiche con le loro torri, dal mercatino rionale…

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Mi lasciai trasportare dalla folla fino a  Quay Street, una via stretta e tortuosa che conduce là dove il fiume Corrib sfocia finalmente nell’Atlantico; le casette colorate di Claddagh , l’antico quartiere dei pescatori, fanno da guardia alla baia, mentre la pista ciclabile attraversa i prati fino a Salthill, centro turistico balneare. Con il tempo scoprii quanto mi piaceva distendermi su questi prati a osservare in religioso silenzio l’oceano bluastro spesso arrabbiato e un cielo così bello da sembrare finto. Osservavo l’arcobaleno chiedendomi se al di là di esso esistessero davvero i Leprechaun che nascondono il tesoro e provavo un senso di pace così grande che non ho più ritrovato finora.

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E’ in questa atmosfera Medievale-Bohemienn, che ogni anno, il 17 marzo, si ritrovano centinaia di persone per festeggiare San Patrizio dopo la sfilata per le vie del centro, armati di bandiere, parrucche, travestimenti e gadget (e ovviamente tanta birra), il tutto in perfetto stile Irish.

La cultura irlandese a Galway è così fortemente sentita ( in alcune zone parlano ancora il Gaelico) che è impossibile non farsi trascinare dall’atmosfera frizzante che la circonda. Infatti basta entrare in uno dei tanti pub per trovarsi a fare due chiacchiere con un vecchio pescatore o mettersi a cantare con un gruppo di australiani. Dal King’s Head dove suonano musica dal vivo al Quays, famoso locale a forma di nave, al Crane, il più antico pub di Galway dove i musicisti incantano il piccolo pubblico suonando il violino seduti al tavolo, al Roisin Dubh, melting pot di giovani e non provenienti da tutto il mondo e aperto fino a tarda notte, al Monroe’s, le occasioni di divertirsi non mancano (si dice che nella contea ci siano ben 300 pub!)! E chi preferisce fare l’alba non può perdersi il Cp’s, il Cuba, il Gpo per scatenarsi a ritmo di dance anni ’90 e hip hop in pieno centro città.

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Galway è il sorriso di una Galway girl (famosa canzone dedicata alle giovani del posto), è la malinconia del suo cielo che cambia in continuazione, è la bellezza mozzafiato delle Cliffs of Moher, le altissime scogliere (fino a 200 metri) a picco sull’oceano, è l’aria leggendaria che si respira alle Isole Aran (da percorrere assolutamente in bicicletta per godere appieno del panorama), è la pace che infonde il Connemara…. È bere la Guinness nel primo pomeriggio, è guardare una partita di rugby in un pub tifando per l’ Irlanda, è passeggiare per le vie del centro guardando i passanti e sentirsi a casa, perché è proprio vero: Irish eyes are smiling……

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KARIBU ZANZIBAR!

Parto da una Milano fredda e piovosa e dopo 8 ore di volo atterro finalmente a Zanzibar. Mi accolgono un caldo umido e una coda lunghissima per il controllo passaporti in una sala che tutto sembra tranne che quella di un aereoporto. Il tragitto verso il villaggio mi colpisce molto: le case sono costruite con fango e paglia e quelle più “lussuose” sono fatiscenti. Tantissime persone camminano al bordo di quella che sembra una strada dritta e infinita e i bambini ci salutano sorridenti. E’ il mio primo viaggio in Africa, anzi in realtà il mio primo viaggio fuori dall’Europa e per questo ho deciso di prenotare un pacchetto turistico con un’agenzia online.

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Il villaggio è il “Palumbo Resort“di Uroa, una struttura modesta e informale, ma curata e pulita direttamente sulla spiaggia soggetta al fenomeno delle maree che danno molto fascino alla zona: l’acqua infatti si ritira per decine e decine di metri e la spiaggia sembra non finire più.

Vengo subito fermata dai Beach Boys, i ragazzi del posto che mi portano nei loro negozietti  di fianco al villaggio dove vendono oggetti di artigianato, quadri, bracciali e infradito.

Parlano tutti insieme in un italiano quasi perfetto rubandosi la scena a vicenda ma io, ancora stordita dalla notte in volo  insonne, saluto tutti promettendo di tornare l’indomani.

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Il venerdì mi sveglio di buon’ora e vado subito a salutare i miei nuovi amici BB che… si sono moltiplicati!

 Sulla spiaggia assisto a scene di vita quotidiana: le donne raccolgono le alghe, i bimbi giocano, i Masai fanno la guardia al villaggio, i ragazzi del posto  che cercano le “mozzarelle” appena arrivate per fare affari.

Nel pomeriggio faccio la mia prima escursione con Leonardo Da Vinci e Gianduiotto, due BB simpaticissimi e superorganizzati che ci portano fino alla spiaggia di Nungwi dove pare ci sia un tramonto mozzafiato ma che non riusciamo a vedere perché proprio all’imbrunire il cielo si annuvola.

Poco importa, con gli altri ragazzi del villaggio gustiamo della frutta tropicale eccezionale.

La sera conosciamo i Masai del villaggio con i quali passerò ogni minuto libero della vacanza: sono persone straordinarie, curiose e molto divertenti, parlano italiano e fanno molte domande sugli argomenti più svariati.

Il sabato sveglia presto perché ci aspetta una gita in barca fino all'”isola che non c’è”, un lembo di sabbia che emerge solo con la bassa marea ed lambito da acque dai colori incredibili.

Al nostro arrivo non c’è ancora nessuno e sembra davvero di essere soli in mezzo all’oceano;mentre i BB piantano la nostra tenda e preparano la colazione a base di frutta noi del gruppo prendiamo la barca e ci dirigiamo alla Laguna Blu circondata da mangrovie. Facciamo di nuovo un salto all’isola deserta per gustare dell’ottima frutta tropicale e per fare un po’ di snorkeling e poi via verso l’Isola di Kwale dominata da un baobab gigante, dove le nostre guide ci hanno preparato un pranzetto succulento a base di aragoste e cicale di mare…

 Facciamo ritorno con la vela issata favoriti da un caldo vento africano e quando i ragazzi intonano la famosa canzone Jambo- il loro benvenuto ai turisti- tutto il gruppo si fa prendere dal ritmo e iniziamo a ballare in piedi, noncuranti dell’instabilità del mezzo!

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Passiamo la domenica a crogiolarci al sole e a chiacchierare con i nostri nuovi amici zanzibarini che ci invitano nei loro negozi a dare un’occhiata.

Trascorriamo la serata al Kambacocho, un locale carinissimo sulla spiaggia dove balliamo con i nostri amici Masai musica dance anni ’70.

Lunedì lasciamo prestissimo il villaggio per una nuova escursione chiamata Blue Safari. Dopo circa un’ora di tragitto arriviamo ad una spiaggia dove saliamo su una piccola barca in legno e prendiamo il largo. Non passa molto tempo che avvistiamo una, due,tre pinne saltellanti di allegri delfini e subito ci tuffiamo in acqua per cercare di nuotare con loro, ma sembra che si divertano a fuggire da noi e stare al loro “passo” è davvero difficile fino al punto che cedo e mi ritrovo a galleggiare da sola in mezzo all’oceano Indiano con la barca a centinaia di metri di distanza! Con la fotocamera subacquea riesco comunque a immortalare una famiglia di delfini che protegge un cucciolo, sono stremata ma felicissima.

Nel pomeriggio visitiamo la foresta di Kiminkazi presidiata dalle scimmie: facciamo tante foto, le scimmiette sono tranquille e ci guardano con occhi curiosi ma attenzione agli oggetti personali perché si dilettano con piccoli furti!

La sera non possiamo perderci un’altra divertente festa in spiaggia a base di musica, cocktail e piedi nella sabbia.

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Il giorno seguente la nostra ormai fidata guida Leonardo ci accompagna a Stone Town, capitale dell’Isola influenzata artisticamente da molteplici culture, quali moresca, persiana, indiana, europea, araba. La città dà un senso di decadenza dovuto alla friabilità della pietra locale con cui sono costruiti gli edifici tuttavia la sua origine multietnica la rende interessante e particolare. Gli antichi palazzi hanno delle grandi terrazze sul mare dalle quali si gode di un tramonto incantevole in un’atmosfera tipicamente coloniale.

Per l’escursione del giorno dopo scelgo la visita alla piantagione di spezie che trovo davvero interessante: l’addetto ai tour ci accompagna in un percorso di circa due ore che si snoda tra alberi del pepe, piante di cannella, zafferano, curcuma, vaniglia e moltissime altre dandoci informazioni utili sul loro utilizzo.

 Decido di passare l’ultimo giorno in spiaggia con i BB e i Masai che mi accompagnano a visitare la vicina scuola di Uroa, dove dolcissimi bambini in divisa si divertono a farmi un sacco di domande. Distribuisco al preside il materiale scolastico che avevo portato dall’Italia e mi trattengo a chiaccherare con lui.

Nel pomeriggio mi affido alle mani esperte di cinque Mamas zanzibarine che in ben 5 ore mi regalano una testa tutta nuova fatta di lunghissime treccine (mentre una scimmietta mi schiaffeggia…)

Finisco di fare acquisti per parenti e amici nei loro negozietti e saluto i ragazzi e i Masai con la promessa di tornare molto presto a trovarli. Sulla strada verso l’aereoporto decine di bambini e adulti ci sorridono e ci salutano. Asante sana Zanzibar (che in swahili significa “grazie”), per i tuoi paesaggi, la gente meravigliosa e le stupende emozioni che ci hai regalato.

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UNA DOMENICA MATTINA A VALENCIA – ARTE E CULTURA SENZA SPENDERE UN SOLDO

Penso che capiti anche a voi di avere dei pregiudizi su certi luoghi, spesso immotivati e per questo non vengono prese in considerazione mete che invece meritano di essere viste. Ecco, io non avevo mai pensato di visitare Valencia finchè Dario non ha tanto insistito. Siamo quindi partiti per un lungo weekend di primavera – periodo tra l’altro azzeccatissimo per le temperature piacevoli – e manco a dirlo, mi sono proprio ricreduta.

l Capoluogo della Comunitat Valenciana è infatti una chicca in bilico tra il suo importante passato storico e un’architettura modernista, una città relativamente piccola e facile da girare a piedi dove lo slow food e il buon vivere fanno da padroni.

Grazie ai collegamenti aerei low-cost si raggiunge in meno di due ore dall’Italia e una comodissima linea metropolitana (la 3 e la 5- ticket solo andata € 4,40) vi porterà in men che non si dica in centro città. Potete già acquistare le tessere per 24, 48 o 72 ore valide su metropolitana, tram e autobus ma a mio avviso le opzioni migliori per girare sono due: la bicicletta (trovate molti punti noleggio ma attenzione agli orari in quanto non aprono prima delle 10.00/11.00 e spesso la domenica sono chiusi) e i vostri fedeli piedini armati di scarpe comode.

E allora partiamo, vi porto a Valencia in una soleggiata e frizzante domenica primaverile a spasso tra palazzi antichi e monumenti …. senza spendere un soldo! Infatti nella maggior parte dei musei e degli edifici storici l’ingresso è gratuito la domenica mattina.

Lo so, è domenica mattina e ieri avete fatto tardi in qualche bel localino in zona Plaza del Ayutamiento ma fate uno sforzo e guardate che splendida giornata vi aspetta. Fate una doccia veloce e lasciate il vostro alloggio (io ho scelto Happy Apartments tramite Booking.com e lo consiglio per la vicinanza al centro, l’ottimo rapporto qualità-prezzo e la pulizia) e immergetevi nelle stradine deserte senza fretta. Sono solo le 9.00 e in giro non c’è ancora nessuno, a parte qualche gattino raggomitolato su se stesso che si gode i primi raggi di sole. Ora avete tutto il tempo necessario per fotografare i balconi fioriti, i vicoli stretti e tortuosi, i portoni in ferro battuto e i murales che di tanto in tanto spuntano accanto ad eleganti palazzi signorili. Passando per botteghe vintage e “tasche” (minuscole taverne senza fronzoli dove bere un buon bicchiere di vino spiluccando gustose tapas) con le serrande abbassate arrivate alla Torre di Serranos e … sorpresa! Quello che visiterete oggi è tutto gratuito per  concludere in bellezza il nostro  weekend all’insegna del low-cost.

La torres de Serranos fu costruita tra il 1392 e il 1398 con lo scopo di controllare gli accessi al regno, una volta circondato da mura. Oggi, l’imponente struttura è ancora ben conservata e offre una bellissima visuale sulla città. Una volta scesa la scalinata medievale fermatevi in un bar nella piazzetta adiacente per un buon café con leche (o una cioccolata con churros se avete bisogno di molta energia!) prima di continuare a passeggiare per le tortuose stradine che vi porteranno  al Centro Arqueologico de la Almoina, luogo dove i Romani fondarono la città nel I° secolo a.C..

Sempre in zona, e se riuscite a trovarli visto che a fatica le cartine riescono a riprodurre l’esatta topografia della città e non ci sono cartelli che li indicano, ci sono i Banos del Amirante, caratterizzati da un bel portone in stile arabo: si tratta di bagni pubblici del 1300 fatti costruire su immagine degli hammam arabi e dispongono quindi di tre stanze, il frigidarium, il calidarium e il tepidarium.

Un’altra bella sorpresa gratuita nei giorni festivi è il Museo de la Ciudad, un edificio signorile che ospita capolavori pittorici di maestri locali.

La bella Plaza de la Virgen sorge sull’antico foro romano dove al centro vi è collocata una fontana con le figure rappresentanti il fiume Turia e i canali di irrigazione.

Da un lato è chiusa dalla Real Basilica de Nuestra Senora de los Desamparados , che ospita la statua della patrona della città, e dall’imponente Cattedrale che nei secoli ha subito gli influssi delle varie dominazioni. L’ingresso secondario è molto meno affollato del principale  sito in Plaza de la Reina. Ricordate che la domenica potete assistere alla funzione religiosa e intanto sbirciare i capolavori di arte sacra e la particolare architettura, mentre nei giorni feriali l’ingresso costa € 5!

La città ormai è in piena attività domenicale e potete continuare la vostra passeggiate sorseggiando un’orchata, una bevanda apprezzatissima dai Valenciani a base di acqua, zucchero e il latte vegetale di un tubero della zona da bere fredda o sottoforma di granita che può essere usata anche per immergervi i Fartons, dolci soffici con glassa di zucchero per una colazione iper calorica!

Un altro edificio degno di nota è il Palacio del Marques de dos Aguas, sicuramente uno dei più caratteristici ed estrosi palazzi signorili della città.

La domenica il centro di Valencia assume una vitalità tale che l’atmosfera di festa è percepile in ogni angolo: donne in colorati abiti tipici, bambini in bicicletta, i tavolini dei bar sempre pieni, insomma sembra proprio che la domenica tutti si riposino!

Noi abbiamo anche assistito a un gruppo di danza improvvisato che  ha coinvolto i visitatori in balli rock anni’50.

Nelle vicinanze non dovete assolutamente perdervi la Lonja della Seda: superato il vivace mercatino dell’antiquariato troverete un imponente edificio simbolo del gotico valenciano e non a caso dichiarato Patrimonio dell’ Unesco. Dal bel giardino ombroso con piante di agrumi si accede alla Sala de Contratacion dove 24 colonne elicoidali  e lampade in ferro battuto creano un atmosfera quasi surreale.

Il Mercado Central è chiuso la domenica ma vale di certo una visita nei giorni infrasettimanali per una pausa golosa all’insegna del cibo tipico valenciano. Su una superficie di 8.160mq prendono piede banchi di pesce fresco, carne, verdure e molti altri prodotti della terra. Degna di nota è l’architettura modernista in ferro e vetro-ceramica.

L’ultima tappa della mattina prima di concedersi un pranzetto sfizioso è la Torres de Quart: per accedervi dovrete attraversare la zona meno frequentata – ma non meno caratteristica- della Ciudad Vella. La torre fu costruita nel ‘400 sul modello del Maschio Angiono di Napoli e fungeva da ingresso in città e prigione. Qui, dall’alto delle sue torri, si gode di un bel panorama sui palazzi storici cittadini e sui giardini del Turia.

ALTRI LUOGHI DA VEDERE SEMPRE GRATUITI:

  • Museo de Bellas Artes de Valencia
  • Iglesia de San Juan del Hospital
  • MuVim (ospita mostre di arte contemporanea)
  • Jardines del Real
  • Museo de Historia de Valencia (gratuito solo la domenica).

A PASSEGGIO NEI GIARDINI DEL TURIA A VALENCIA

Uno dei luoghi che mi ha più colpito di Valencia è – strano a dirsi – un giardino. Ma non stiamo parlando di un giardino qualsiasi bensì dei famosi Jardines del Turia.

Nel 1986 il fiume Turia venne prosciugato in maniera preventiva per evitare le periodiche alluvioni che colpivano la città; nel suo letto iniziò a essere costruito un parco che oggi vanta una superficie di 110 ettari e si classifica come il giardino urbano più grande di Spagna.

Durante gli anni questo polmone verde venne modificato e abbellito e vennero creati dei “parchi nel parco” a disposizione dei cittadini.

Il giardino infatti è interamente gratuito e ospita strutture sportive e ludiche dando alla città la ragione per essere considerata assolutamente vivibile e a misura di famiglia. Si snoda  nella parte nord della Ciudad Vella per una lunghezza di quasi 10 km ma visitare tutte le sue attrazioni in un solo giorno è praticamente impossibile!

 I giardini offrono una variegata possibilità di svago, dalle piste ciclabili ai prati per prendere il sole, dai sentieri per i runner ai giochi per bambini, dai campi di calcio agli spazi espositivi per giovani artisti, con ampie zone ombreggiate e fontane che rinfrescano dall’afa estiva.

Partendo dalla fermata della metropolitana di Nou d’Octubre si incontra il Bioparc, un luogo che poco ha a che fare con gli zoo tradizionali in quanto gli animali sono liberi di gironzolare nei quattro ecosistemi dedicati  (Madagascar, Foresta Equatoriale, Zone umide, Savana) che riproducono il loro habitat naturale.

Il parque de Cabecera è una tranquilla zona verde, ideale per un pic-nic in famiglia ammirando le anatre e i cigni.

Lungo il percorso si incontra una grande varietà di piante e fiori che ha il suo culmine nel Jardin Botanico, appena dopo la pista di atletica,  il quale ospita una serra tropicale ed è sede di mostre, concerti e laboratori didattici; il costo di ingresso è veramente irrisorio, con solo € 2 ci si concede un paio di ore di relax.

Superati i campi di rugby e baseball si giunge al Puente de Serranos, il cui nome deriva dall’antica torre adiacente, visitabile tutti i giorni della settimana per ammirare un bel panorama della città.

Tra siepi e strade alberate spunta il Puente de la Trinidad, il più antico ponte della città costruito nel 1400. Un’altra infrastruttura importante è  l’emblematico e moderno Puente di Calatrava che permette di scendere ai giardini e segnail confine tra il centro storico della Ciudad Vella e la zona più moderna della città.

Continuando a passeggiare tra piste di skate e aiuole fiorite ci si imbatte nella mega-riproduzione ispirata ai Viaggi di Gulliver, con il gigante sdraiato sul suolo che ospita scivoli, rampe e scale per il divertimento dei più piccoli (e non solo).

Arriviamo finalmente all’ingresso del quartiere denominato Città delle arti e delle Scienze dove incontriamo una bella struttura moderna che ospita il Palau de la Musica, apprezzato dai Valenciani sia per il suo aspetto estetico che per la buona acustica.

L’ultima parte dei Jardins del Turia è occupata dall’imponente e ultramoderno complesso della Ciudad de Las Artes y las Ciencias che si snoda per 350.000mq. L’area fu in realtà aspramente criticata ma le strutture dal carattere emblematico suscitano una certa curiosità nello spettatore e ospitano attrattive di fama mondiale.

L’oceanografico è forse l’attrazione principale in quanto viene considerato l’acquario più esteso d’Europa: oltre a vasche di pesci tropicali e squali, si sviluppa anche all’esterno con aree dedicate a trichechi, pinguini e tartarughe. Gli ambienti sono stati ricostruiti fedelmente ed è emozionante attaversare i sottopassaggi trasparenti: sembra davvero di nuotare nelle cristalline acque caraibiche!

Non potevano certo mancare i delfini che si esibiscono giornalmente con i loro istruttori davanti a un pubblico festoso.

Il museo della scienza è un ampio spazio interattivo dove i visitatori possono toccare con mano i “miracoli” della fisica applicata alla scienza. In un percorso divertente si impara a conoscere il meccanismo delle grandi scoperte e si può assistere a sperimenti e prove pratiche.

La particolare struttura dalla forma ovoidale che ricorda un ernome occhio è l’Hemisferic, una sorta di cinema 3D dove vengono proiettate rappresentazioni astronomiche e spettacoli laser.

L’ultima grandiosa opera architettonica del genio Calatrava è il Palau de les Arts Reina Sofia: l’auditorium, soprannominato dai Valenciani “il casco di Darth Fener” per la sua forma bizzarra, è un importante punto di riferimento per i circuiti teatrali e musicali.

TAPAS E NON SOLO:IL GUSTO VALENCIANO

Se c’è una cosa che non vi succederà a Valencia sarà avere fame.

La bella città spagnola offre un panorama gastronomico eccellente nel quale i piatti della tradizione e le idee culinarie innovative si fondono in un’esplosione di gusti e sapori e i mercati -si sa- ne sono l’esempio.

Il Mercado Central è un imponente edificio modernista e i suoi colori non sono dovuti solo ai mosaici ma anche ai generi alimentari esposti sui banchi che vengono abbondantemente imbanditi ogni mattina di pesce fresco e verdure. La razionale distribuzione dello spazio interno fa sì che i banchi siano disposti su corsie rettilinee che dividono gli espositori in base alla merce venduta. Che dobbiate cimentarvi nella preparazione della paella o vogliate semplicemente concedervi uno spuntino d metà mattina, questo mercato vi offre tutto quello che la terra Valenciana può offrire: sfilate di Jamon Iberico e dolci tradizionali vi faranno venire l’acquolina in bocca. Qui è possibile anche fare acquisti per il cosiddetto pranzo al sacco, visto che si trovano panini imbottiti a partire da € 1!

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All’interno non mancano i chioschi per pranzare, come ad esempio la Pulperia, una pescheria che prepara i piatti al momento.

Anche all’esterno del mercato aprono in tarda mattinata bancherelle di street food e tapas; noi ad esempio abbiamo pranzato al Supergourmet, un baracchino con tavolini all’aperto e cucina a vista. Abbiamo gustato una paella, 2 crocchette di formaggio, un piatto di calamari fritti (e un mega panino con le seppie da portare via),il tutto condito da rinfrescante sangria per il modico prezzo di € 25 in due.

In giro per la città spuntano come funghi bar e locali con tavolini all’aperto dove si può consumare dalla colazione al dopocena; certo, molti posti sono trappole per turisti e si fanno pagare cari ma uscendo dalle zone più frequentate troverete una vastissima offerta.

DOVE MANGIARE 

Le Tasche sono minuscole “bettole” dove spesso ci sono solo un bancone e due o tre sgabelli; il menu è scritto sulla lavagna e consiste in tapas, ovvero piccole porzioni di piatti tipici, da accompagnare con un buon vino o una rinfrescante cerveza.  Noi abbiamo passato un paio di ore a oziare alla Tasquita La Estrecha, non lontano da Placa de la Reina, stuzzicando Patatas bravas con salsa all’aglio e paprika, bruschettina con filetto di sardine affumicate e olive ripiene.

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Si differenziano dalle “Taberne” che sono sempre locali informali ma hanno più posti a sedere, servizio al tavolo e un menu più ampio. Oltre ai piatti della tradizione spagnola è possibile assaggiare i pinxos, ovvero delle tartine fatte a mo’ di stuzzichino che potete servirvi da soli al bancone.

Le taperie sono i locali dove vengono servite le tapas, ovvero delle piccole porzioni di cibo: è usanza ordinare più tapas e condividerle con i commensali.

Esistono poi le Arrocerie, ristoranti specializzati nella preparazione del riso, ovvero la Paella nelle sue diverse forme. Io vi consiglio l’Arroceria La

Valenciana, situata nella tranquilla calle Juristal dove abbiamo gustato un ottima e abbondante paella: la qualità era ottima, il servizio eccellente e in più ci hanno offerto aperitivo e liquore…cosa chiedere di più?

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  COSA MANGIARE

  1. Sembra scontato ma se non mangiate la Paella qui dove la volete provare? Il celeberrimo piatto tradizionale prende il nome proprio dalla padella in cui viene cucinato la cui versione originale è fatta con carne di pollo, coniglio, fagioli verdi. Il riso cuoce nel sugo di cottura della carne ed è il pranzo della domenica per eccellenza. Io la preferisco nella versione “mare”, ovvero la Paella de Marisco, a base di calamari, cozze e scampi. La tradizione vuole che si mangi con il cucchiaio direttamente dalla padella.
  2. Sempre parlando di riso si possono trovare l’arroz a banda (riso con pesce), il riso nero (al nero di seppia), l’arròs amb fesols i naps, un piatto preparato con riso in brodo, fagioli e rape, e la fideuá (in cui, al posto del riso, viene utilizzata pasta corta).
  3. Le tapas più popolari in Spagna sono le patatas bravas, condite con salsa all’aglio, le sardine fritte, i montaditos, ovvero piccoli panini imbottiti, seppie alla piastra, calamari alla romana, piccoli taglieri di Jamon e formaggi, acciughe marinate all’aceto, crocchette al baccalà, al prosciutto o al formaggio, peperoncini ripieni, pesce sottosale. Ce ne sono ovviamente molte altre, frutto della creatività di chef e ristoratori ma vale la pena provarle tutte, no?
  4. Una preparazione tipicamente valenciana è l’all i pebre, uno stufato a base di patate, paprica, aglio ed anguille, oltre al suquet de peix (zuppa di pesce).
  5.  I tradizionali dolci valenciani, a causa di una notevole influenza musulmana, fanno abbondante uso di mandorle e miele. Tra i dolci più diffusi possiamo citare i rosetones, l’arrop i tallaetes e l’arnadí (preparato con zucca, patata dolce e mandorle), nonché i buñuelos (frittelle), consumati in particolare durante il periodo delle Fallas.

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  COSA BERE

Con tutto questo mangiare non si può certo “murare a secco” e serve qualcosa per mandare giù il boccone. Valencia ha a disposizione una vasta offerta di vini bianchi e rossi regionali. Oltre alla celebre sangria, una bevanda a base di vino rosso, frutta e spezie, vale la pena provare la Agua di Valencia, un long drink fatto con spremuta di arance e spumante.

Analcolica -ma non per questo meno apprezzata – è l’ Orchata, una bevanda rinfrescante derivata dal latte vegetale di un tubero che cresce nella regione. Per le sue proprietà dissetanti è consumata per lo più in estate, insieme ai fartons, dei dolci morbidi con glassa di zucchero.

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SERENITA’ SOSPESA TRA ACQUA E ROCCIA: L’EREMO DI SANTA CATERINA DEL SASSO.

E’ uno dei pochi luoghi che riesce a infondermi serenità tutte le volte che ci vado. Sarà l’aurea mistica che lo circonda, sarà il paesaggio mozzafiato che lo circonda, sarà che è poco conosciuto dal turismo di massa ma l’Eremo di Santa Caterina si presenta come uno scrigno d’oro che spunta dai massi prominenti della montagna retrostante.

Il suo fondatore fu un ricco mercante, tale Alberto Besozzi, che approdò qui a causa di un nubifragio nel 1170; dopo 35 anni da eremita, egli divenne un punto di riferimento spirituale per coloro che fuggivano dalla pestilenza.

Gli eremiti che lo succedettero si impegnarono nella regola di Sant’Agostino ad una vita di privazioni e preghiera, e costruirono una cappella dedicata a Santa Caterina d’Egitto e le chiese di San Nicola e Santa Maria Nova (periodo XII°- XIV° secolo).

I frati Domenicani prima e Carmelitani vissero per secoli nel convento e si occuparono del mantenimento dell’Eremo.

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Il nome completo “Santa Caterina del Sasso Ballaro” è dovuto probabilmente alla leggenda-miracolo dei giganteschi massi che si staccarono dalla montagna ma rimasero bloccati dalla volta della cappella senza causare danni o vittime.

L’eremo è stato completamente ristrutturato dalla provincia di Varese ed è interamente visitabile (e gratuito!) scendendo i 240 gradini che separano il parcheggio dal lago, oppure un comodo ascensore scavato all’interno della montagna vi porterà in men che non si dica al convento.

Il porticato rinascimentale che conduce alla Chiesa offre un panorama mozzafiato sul lago e gli amanti della pittura troveranno interessanti i dipinti del ‘400 del figlio di Bernardino Luini.

Di particolare interesse ci sono inoltre il torchio in legno, l’organo della chiesa e le spoglie del fondatore.

Il piccolo Emporio all’ingresso vende prodotti di erboristeria locale, ceramiche, alimenti biologici del luogo e articoli religiosi.

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LE FOTO SONO STATE PRESE DAL SITO UFFICIALE http://www.santacaterinadelsasso.com/galleria-fotografica