TREKKING NELLA GIUNGLA: UN’ESPERIENZA INDIMENTICABILE NEL LAOS DEL NORD

Non sono un’avventuriera e non ho neanche il senso dell’orientamento, non sono neanche troppo sportiva, cosa che ha contribuito all’eccezionalità dell’evento. E non sono attrezzata… ecco perchè è stata per me un’avventura pazzesca.

Da Luang Namtha prendiamo un tuk tuk che ci porta nei pressi del Nam Ha National Park, l’area protetta che si estende per 222.000 ettari fino al confine con la Cina. La giungla è fitta e rigogliosa e a causa delle recenti piogge il terreno è fangoso e si scivola facilmente. Con le guide si parla del più e del meno: Eye e Thong hanno piu’ o meno la nostra età e sono molto simpatici, ci raccontano della loro terra, delle minoranze etniche che la abitano (49 e forse più),ci mostrano e spiegano l’utilizzo delle varie erbe che incontriamo e di tanto in tanto si sgranocchiano un fiore o un insetto. Noi super attrezzati con scarponi e pantaloni impermeabili anti-sanguisughe, uno di loro in bermuda e sandali e l’altro con pantaloni eleganti e sneakers. Ci segue una terza guida (con i mocassini) che si inerpica tra le piante col suo coltello e torna giù con canne di bambu e foglie di palma. Non sono mai stata in una giungla e non è cosi spaventosa come me l’aspettavo, gli alberi altissimi fanno passare poca luce ma il canto degli uccelli che rompe il silenzio è abbastanza rassicurante.

Per pranzo ci fermiamo in una piccola radura dove i ragazzi il fuoco e iniziano a trafficare con piante, rami, foglie … in meno che non si dica una zuppa bolle all’interno di canna di bambù usata come pentola e del maiale cuoce sulla brace.Thong tira fuori bustine di peperoncino e spezie e con il suo solito fare scanzonato si diletta tra i “fornelli”. Come tovaglia usiamo le foglie di palma, come cucchiaio delle foglie intrecciate a regola d’arte e ci gustiamo il nostro pranzo innaffiato da 1,2,3 bicchierini di lao lao (una specie di grappa al riso). Eye ci racconta di essere stato un monaco buddista ma di aver poi preferito farsi una famiglia e dedicarsi al turismo per far conoscere il suo Paese; Thong invece dichiara di essere un “lazy buddhist” perchè non prega mai e spesso non rispetta le regole, non è mai uscito dalla sua cittadina e quando gli chiedo se non è curioso di vedere il mondo mi dice che no, lui qui ha tutto quello che gli serve, la famiglia, gli amici, la natura, e il lao lao. 

Riprendiamo il cammino che si fa sempre più ripido e scivoloso, attraversiamo ruscelli e torrenti su tronchi di legno e sassi, il cielo minaccia pioggia ma riusciamo ad arrivare al villaggio prima del temporale. È stato divertente, fangoso e istruttivo ma il bello deve ancora venire…

Arriviamo al villaggio di Nelan Neua accolti da tanti bambini curiosi: il più grande avrà 6 anni, ci guardano incuriositi e poi scappano via. Ci sembra quasi di disturbare questo loro tipico pomeriggio: i ragazzi se la ridono bevendo lao lao che noi gentilmente rifiutiamo, le ragazze – giovani e riservate- ci fanno un sorriso e riprendono le loro faccende con i neonati accoccolati nella fascia, le anziane siedono su mini sgabelli e cucinano chissà quale miscuglio nei loro pentoloni, galline,maiali, cani, anatre gironzolano indisturbati tra le case. Siamo a 5 ore di cammino dalla prima cittadina.

Ci sono circa 80 palafitte e 200 abitanti, non hanno la corrente e gli unici due bagni (una turca in una baracca) sono stati installati due anni fa grazie a un progetto di cooperazione con la Germania che ha fatto costruire anche una piccola scuola.

Mi dicono che se voglio fare la doccia posso tufffarmi nel fiume come fanno loro, l’idea mi sembra divertente prima di notare che lo scarico del bagno finisce esattamente a due metri da dove si  lavano. Eppure la loro vita ruota intorno al fiume… ci si lava i denti, si fa il bucato, si puliscono i topi e le anatre prima di cucinarli, le giovani entrano pudicamente con un asciugamano addosso e si lavano i lunghi capelli neri; nel fiume vivono gli spiriti che garantiscono la sopravvivenza a centinaia e centinaia di minoranze etniche in tutto il Laos, sopravvivenza che purtroppo viene messa a rischio dall’avanzata cinese, che con la costruzione di dighe,ponti, cementifici e fabbriche sta velocemente cambiando per sempre la faccia genuina e autentica di questo Paese.

Per cena le nostre instancabili guide ci preparano una cena deliziosa a base di maiale allo zenzero, sticky rice e salsa al chili, insalata di tufo grigliato e pomodoro. Tra un lao lao e l’altro, diventa buio pesto, i suoni della giungla si animano e noi finiamo a parlare delle loro religioni, buddismo e animismo; ridiamo tanto e faccio un milione di domande e più mi raccontano e più voglio sapere, a lume di candela parliamo dei principi del buddismo, mi raccontano degli spiriti e del nonno di Eye che era uno sciamano, di quanto sia bello ma difficile vivere in un piccolo villaggio.

Alle 8 il villaggio è deserto, è cosi buio che si gira con la torcia. Prendiamo posto nel nostro bivacco, ovvero una stuoia in terra in una palafitta e l’ultima raccomandazione della guida mi lascia perplessa:”domani mattina sbattete gli scarponi prima di indossarli, potrebbero esserci degli scorpioni!”.

Dormire sul duro non è facile, con l’ansia che tutti gli animali del mondo possano entrare e ucciderci; siamo bardati dentro una zanzariera ma all’improvviso un formicaio prende vita sui cuscini; il maiale fuori dalla finestra fa dei versi assurdi e la giungla si accende dei rumori di mille uccelli e insetti. Verso le 2 ho bisogno di andare in bagno, mi infilo le scarpe e con la torcia in mano mi dirigo verso la turca. E lì, nel buio profondo della giungla laotiana, lo vedo…il ragno più grosso che abbia mai visto. Ci metto un po’ a decidere che forse è meglio farla fuori vicino allo scarico. Ringrazio Dario per avermi detto solo il giorno dopo che mentre la facevo c’erano 3 o 4 di quei ragni che mi giravano intorno.

E quando finalmente alle 4 riesco a lasciarmi andare e mi addormento, ecco che partono 1, 2, 6 galli che cantano, le anatre starnazzano a volumi mai sentiti , il maiale si risveglia e fa casino. Ecco il buongiorno di un villaggio sperduto sulla riva del fiume Nam Ha, a 5 ore di cammino dalla civiltà.

Qualcuno ammetta che ci siamo persi! Mentre aspetto la colazione osservo un ragazzo che scende al fiume a pulire una mezza dozzina di topi, toglie la pelle e le viscere e li lava bene prima di metterli sulla griglia. “Mangiamo tutto ciò che ha 4 zampe “, mi ha detto la guida il giorno prima, mentre si gusta un insetto preso al volo.

Il temporale potrebbe aver reso il sentiero del ritorno impraticabile e decidiamo di percorrere una strada sterrata che a detta della gente del villaggio in 4 ore ci porta alla strada principale. Ci incamminiamo sotto un sole cocente su quella che sembra una montagna fatta solo di salite. Incontriamo un ragazzo in motorino:dice che da li alla cittadina ci vorranno 5 ore. Poi troviamo una ragazza che lava i panni al fiume “ah saranno 8 ore di cammino!”. Incrociamo un’anziana che ci rassicura dicendo che in un’ora e mezza saremo sulla strada…peccato che il signore dopo dice checi vorranno ancora 5 ore…. mi sa che qui non hanno molto la cognizione del tempo. Ci fermiamo a un villaggio per metterci un attimo all’ombra e un ragazzo mi regala un ombrello che servirà a proteggermi dal sole; avevo già provato con una foglia di banana ma senza successo. Saliamo e saliamo, intorno a noi solo montagne e vegetazione di un verde brillante, di tanto in tanto un ruscello. Non abbiamo speranza di arrivare alla meta in breve tempo e sistemiamo delle foglie di banano per terra in mezzo alla strada:Eye e Thong tirano fuori riso e salsa al chili e fiori commestibili.  E cosi, nel bel mezzo del nulla, fradici di sudore e senza sapere quanto manca alla meta, ci lanciamo sul nostro pranzetto.

Ogni curva è una speranza di vedere uno spiraglio di civiltà e invece vediamo solo salite e ancora salite. Nessun tuk tuk verrà mai a prenderci qui, la strada è troppo dissestata. Mi sale l’angoscia di dover dormire in mezzo alla giungla questa volta su una foglia di banano. Eye non parla piu’, da bravo buddista continua a camminare anche con i piedi sanguinanti, Thong continua a ridere dalla disperazione.

Ho quasi perso la speranza di tornare a casa sana e salva quando arriviamo a un fiume e troviamo un bimbo di circa 6 anni che guida una barchetta e ci traghetta sull’altra sponda. Finalmente un tuk tuk! Ci carichiamo a fatica e ci facciamo portare al lodge.

Sono cosi stanca che quasi non riesco a scendere dal mezzo quando sento Thong che dice “ma se andassimo a bere un lao lao?”.

Alla fine abbiamo camminato 8 ore sotto un sole terribile, con poca acqua a disposizione, un ombrello per ripararci, uno zaino tagliaspalle. Almeno non siamo stati attaccati dalle sanguisughe.

Salutiamo Thong che non ci accompagnerà oltre, i suoi grandi occhi neri sono lo specchio della sua anima, puliti, sinceri, amichevoli.

Entro nella camera del lodge che ormai mi sembra super lussuosa solo per il fatto di avere un water. E lo vedo li, bello spaparanzato di fianco alla mia parte di letto…il secondo ragno più grosso mai visto in vita mia…

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