TREKKING NELLA GIUNGLA: UN’ESPERIENZA INDIMENTICABILE NEL LAOS DEL NORD

Non sono un’avventuriera e non ho neanche il senso dell’orientamento, non sono neanche troppo sportiva, cosa che ha contribuito all’eccezionalità dell’evento. E non sono attrezzata… ecco perchè è stata per me un’avventura pazzesca.

Da Luang Namtha prendiamo un tuk tuk che ci porta nei pressi del Nam Ha National Park, l’area protetta che si estende per 222.000 ettari fino al confine con la Cina. La giungla è fitta e rigogliosa e a causa delle recenti piogge il terreno è fangoso e si scivola facilmente. Con le guide si parla del più e del meno: Eye e Thong hanno piu’ o meno la nostra età e sono molto simpatici, ci raccontano della loro terra, delle minoranze etniche che la abitano (49 e forse più),ci mostrano e spiegano l’utilizzo delle varie erbe che incontriamo e di tanto in tanto si sgranocchiano un fiore o un insetto. Noi super attrezzati con scarponi e pantaloni impermeabili anti-sanguisughe, uno di loro in bermuda e sandali e l’altro con pantaloni eleganti e sneakers. Ci segue una terza guida (con i mocassini) che si inerpica tra le piante col suo coltello e torna giù con canne di bambu e foglie di palma. Non sono mai stata in una giungla e non è cosi spaventosa come me l’aspettavo, gli alberi altissimi fanno passare poca luce ma il canto degli uccelli che rompe il silenzio è abbastanza rassicurante.

Per pranzo ci fermiamo in una piccola radura dove i ragazzi il fuoco e iniziano a trafficare con piante, rami, foglie … in meno che non si dica una zuppa bolle all’interno di canna di bambù usata come pentola e del maiale cuoce sulla brace.Thong tira fuori bustine di peperoncino e spezie e con il suo solito fare scanzonato si diletta tra i “fornelli”. Come tovaglia usiamo le foglie di palma, come cucchiaio delle foglie intrecciate a regola d’arte e ci gustiamo il nostro pranzo innaffiato da 1,2,3 bicchierini di lao lao (una specie di grappa al riso). Eye ci racconta di essere stato un monaco buddista ma di aver poi preferito farsi una famiglia e dedicarsi al turismo per far conoscere il suo Paese; Thong invece dichiara di essere un “lazy buddhist” perchè non prega mai e spesso non rispetta le regole, non è mai uscito dalla sua cittadina e quando gli chiedo se non è curioso di vedere il mondo mi dice che no, lui qui ha tutto quello che gli serve, la famiglia, gli amici, la natura, e il lao lao. 

Riprendiamo il cammino che si fa sempre più ripido e scivoloso, attraversiamo ruscelli e torrenti su tronchi di legno e sassi, il cielo minaccia pioggia ma riusciamo ad arrivare al villaggio prima del temporale. È stato divertente, fangoso e istruttivo ma il bello deve ancora venire…

Arriviamo al villaggio di Nelan Neua accolti da tanti bambini curiosi: il più grande avrà 6 anni, ci guardano incuriositi e poi scappano via. Ci sembra quasi di disturbare questo loro tipico pomeriggio: i ragazzi se la ridono bevendo lao lao che noi gentilmente rifiutiamo, le ragazze – giovani e riservate- ci fanno un sorriso e riprendono le loro faccende con i neonati accoccolati nella fascia, le anziane siedono su mini sgabelli e cucinano chissà quale miscuglio nei loro pentoloni, galline,maiali, cani, anatre gironzolano indisturbati tra le case. Siamo a 5 ore di cammino dalla prima cittadina.

Ci sono circa 80 palafitte e 200 abitanti, non hanno la corrente e gli unici due bagni (una turca in una baracca) sono stati installati due anni fa grazie a un progetto di cooperazione con la Germania che ha fatto costruire anche una piccola scuola.

Mi dicono che se voglio fare la doccia posso tufffarmi nel fiume come fanno loro, l’idea mi sembra divertente prima di notare che lo scarico del bagno finisce esattamente a due metri da dove si  lavano. Eppure la loro vita ruota intorno al fiume… ci si lava i denti, si fa il bucato, si puliscono i topi e le anatre prima di cucinarli, le giovani entrano pudicamente con un asciugamano addosso e si lavano i lunghi capelli neri; nel fiume vivono gli spiriti che garantiscono la sopravvivenza a centinaia e centinaia di minoranze etniche in tutto il Laos, sopravvivenza che purtroppo viene messa a rischio dall’avanzata cinese, che con la costruzione di dighe,ponti, cementifici e fabbriche sta velocemente cambiando per sempre la faccia genuina e autentica di questo Paese.

Per cena le nostre instancabili guide ci preparano una cena deliziosa a base di maiale allo zenzero, sticky rice e salsa al chili, insalata di tufo grigliato e pomodoro. Tra un lao lao e l’altro, diventa buio pesto, i suoni della giungla si animano e noi finiamo a parlare delle loro religioni, buddismo e animismo; ridiamo tanto e faccio un milione di domande e più mi raccontano e più voglio sapere, a lume di candela parliamo dei principi del buddismo, mi raccontano degli spiriti e del nonno di Eye che era uno sciamano, di quanto sia bello ma difficile vivere in un piccolo villaggio.

Alle 8 il villaggio è deserto, è cosi buio che si gira con la torcia. Prendiamo posto nel nostro bivacco, ovvero una stuoia in terra in una palafitta e l’ultima raccomandazione della guida mi lascia perplessa:”domani mattina sbattete gli scarponi prima di indossarli, potrebbero esserci degli scorpioni!”.

Dormire sul duro non è facile, con l’ansia che tutti gli animali del mondo possano entrare e ucciderci; siamo bardati dentro una zanzariera ma all’improvviso un formicaio prende vita sui cuscini; il maiale fuori dalla finestra fa dei versi assurdi e la giungla si accende dei rumori di mille uccelli e insetti. Verso le 2 ho bisogno di andare in bagno, mi infilo le scarpe e con la torcia in mano mi dirigo verso la turca. E lì, nel buio profondo della giungla laotiana, lo vedo…il ragno più grosso che abbia mai visto. Ci metto un po’ a decidere che forse è meglio farla fuori vicino allo scarico. Ringrazio Dario per avermi detto solo il giorno dopo che mentre la facevo c’erano 3 o 4 di quei ragni che mi giravano intorno.

E quando finalmente alle 4 riesco a lasciarmi andare e mi addormento, ecco che partono 1, 2, 6 galli che cantano, le anatre starnazzano a volumi mai sentiti , il maiale si risveglia e fa casino. Ecco il buongiorno di un villaggio sperduto sulla riva del fiume Nam Ha, a 5 ore di cammino dalla civiltà.

Qualcuno ammetta che ci siamo persi! Mentre aspetto la colazione osservo un ragazzo che scende al fiume a pulire una mezza dozzina di topi, toglie la pelle e le viscere e li lava bene prima di metterli sulla griglia. “Mangiamo tutto ciò che ha 4 zampe “, mi ha detto la guida il giorno prima, mentre si gusta un insetto preso al volo.

Il temporale potrebbe aver reso il sentiero del ritorno impraticabile e decidiamo di percorrere una strada sterrata che a detta della gente del villaggio in 4 ore ci porta alla strada principale. Ci incamminiamo sotto un sole cocente su quella che sembra una montagna fatta solo di salite. Incontriamo un ragazzo in motorino:dice che da li alla cittadina ci vorranno 5 ore. Poi troviamo una ragazza che lava i panni al fiume “ah saranno 8 ore di cammino!”. Incrociamo un’anziana che ci rassicura dicendo che in un’ora e mezza saremo sulla strada…peccato che il signore dopo dice checi vorranno ancora 5 ore…. mi sa che qui non hanno molto la cognizione del tempo. Ci fermiamo a un villaggio per metterci un attimo all’ombra e un ragazzo mi regala un ombrello che servirà a proteggermi dal sole; avevo già provato con una foglia di banana ma senza successo. Saliamo e saliamo, intorno a noi solo montagne e vegetazione di un verde brillante, di tanto in tanto un ruscello. Non abbiamo speranza di arrivare alla meta in breve tempo e sistemiamo delle foglie di banano per terra in mezzo alla strada:Eye e Thong tirano fuori riso e salsa al chili e fiori commestibili.  E cosi, nel bel mezzo del nulla, fradici di sudore e senza sapere quanto manca alla meta, ci lanciamo sul nostro pranzetto.

Ogni curva è una speranza di vedere uno spiraglio di civiltà e invece vediamo solo salite e ancora salite. Nessun tuk tuk verrà mai a prenderci qui, la strada è troppo dissestata. Mi sale l’angoscia di dover dormire in mezzo alla giungla questa volta su una foglia di banano. Eye non parla piu’, da bravo buddista continua a camminare anche con i piedi sanguinanti, Thong continua a ridere dalla disperazione.

Ho quasi perso la speranza di tornare a casa sana e salva quando arriviamo a un fiume e troviamo un bimbo di circa 6 anni che guida una barchetta e ci traghetta sull’altra sponda. Finalmente un tuk tuk! Ci carichiamo a fatica e ci facciamo portare al lodge.

Sono cosi stanca che quasi non riesco a scendere dal mezzo quando sento Thong che dice “ma se andassimo a bere un lao lao?”.

Alla fine abbiamo camminato 8 ore sotto un sole terribile, con poca acqua a disposizione, un ombrello per ripararci, uno zaino tagliaspalle. Almeno non siamo stati attaccati dalle sanguisughe.

Salutiamo Thong che non ci accompagnerà oltre, i suoi grandi occhi neri sono lo specchio della sua anima, puliti, sinceri, amichevoli.

Entro nella camera del lodge che ormai mi sembra super lussuosa solo per il fatto di avere un water. E lo vedo li, bello spaparanzato di fianco alla mia parte di letto…il secondo ragno più grosso mai visto in vita mia…

EXPO: IMPRESSIONI A CALDO

Forse abbiamo scelto la giornata sbagliata, ma a causa di impegni lavorativi non potevamo che andare di sabato 5 settembre, ovvero il giorno che ha registrato il record di ingressi battendo la giornata del 29 agosto che aveva contato ben 157.801 persone e arrivando ad un picco di 200.000.

Code…allo specchio

L’affluenza sta aumentando rapidamente nelle ultime settimane, complici le belle giornate di settembre e l’aria fresca che scaccia l’afa dei mesi estivi. Nella sola settimana dal 24 al 30 agosto sono invece 861.553 le persone che hanno deciso di visitare la grande esposizione mondiale, inaugurata nel 1851 in Inghilterra in piena epoca industriale e sviluppatasi nei decenni con temi differenti.

Expo Milano 2015 ha suscitato dall’inizio perplessità e opinioni contrastanti. Io non mi sono schierata e ho ritenuto opportuno farci una scappata per vedere coi miei occhi di cosa si trattava.

L’organizzazione è iniziata qualche giorno prima con l’acquisto dei biglietti tramite la Coop che ci ha fatto risparmiare € 13 a testa. Peccato però che i biglietti andavano registrati sul sito di Expo creando un account personale (e ho dovuto fare 4 account diversi per i componenti della mia famiglia!) e inserendo la data della visita – questa operazione non è obbligatoria ma ai tornelli si riservano il diritto di lasciarti fuori se c’è troppa gente…

Poi è iniziato il dilemma del trasporto: c’è da dire che vi si arriva benissimo con tutti i mezzi e alla fine abbiamo scelto l’auto, non abbiamo trovato trovato traffico e abbiamo parcheggiato comodamente al P2, pagando € 16 (contro i € 12 del parcheggio di Arese, un po’ più lontano ma servito da navetta), siamo saliti sullo shuttle bus e in 5 minuti eravamo davanti all’ingresso.

Se le biglietterie erano vuote, tutte le 200.000 persone erano accalcate agli ingressi per i controlli di routine tipo aereoporto, Un lungo corridoio coperto e sopraelevato ci conduce all’ingresso Fiorenza e da lì inizia la nostra visita.

Ci sono code infinite ovunque, ai padiglioni, ai bar, alle fontanelle dell’acqua…un fiume di persone che si riversa in ogni angolo dell’esposizione e si prepara a lunghe attesa sotto il sole. Eh già, perché per visitare i famosi padiglioni “più belli” si parla fino a 4 ore di attesa (per l’esattezza 3h40 per il Giappone e 4h Emirati Arabi). La coda per visitare il padiglione Nepal si rivela più “breve”, solo 1h30, e abbastanza deludente in realtà: un tempietto con all’interno un Buddha e un ristorantino dove assaggiamo 5 polpette di maiale speziate per € 6.

Lungo il Decumano, la via principale lungo la quale si snodano i vari pavillons, ci sono bancherelle finte che espongono prodotti altrettanto finti: dalle verdure al pane alla carne una sfilata di sfiziosità di plastica… capisco il problema della fame del mondo ma non sarebbe stato più utile mettere un mercato vero con prodotti in vendita…?

Storditi dalla folla, ci incamminiamo alla ricerca di qualcosa da vedere e e facciamo la coda per l’Iran che si rivela abbastanza interessante nella presentazione delle sue coltivazioni di piante aromatiche, ma nulla di stupefacente.

Kiss me, I’m Irish

Visitare il Padiglione Italia è impossibile, così come quello dei Vini e quindi ci avventuriamo nell’ardua impresa di ricerca di cibo.

Si sente ormai dall’inizio che i prezzi siano proibitivi… ora, sicuramente una famiglia che ha già speso cento euro di biglietti non può permettersi un cannolo (peraltro secco a detta mio papà) a € 4 ma non ho trovato questa esagerazione, sarà che sono abituata a Firenze ma comunque:

– acqua naturale e gassata gratis alle fontanelle;

– una coppetta di gelato € 2,50

– un piatto degustazione di farro, prosciutto, olive, carciofi e funghetti € 5

– un cheeseburger € 9

– una croque baguette ( metà baguette al forno farcita con formaggio fuso e prosciutto o bacon) € 7

– una birra in bottiglia € 3

– panino con porchetta € 5

– kebab di cioccolato € 4

– piatto degustazione con calice di Prosecco € 10

il Vietnam e le sue risaie

Ho visto poi molti ristoranti che offrono il menu self service a 15-20 euro ma bisogna girare un po’ per trovare delle buone proposte (in ogni caso sul sito c’è una sezione interamente dedicata al food).

Di certo a digiuno non si resta: dall’ American street food truck alla salumeria Beretta, dai ristoranti etnici dei padiglioni alle varie proposte Italiane regionali ce n’è per tutti i gusti.

La visita continua con il padiglione americano. Interessanti le coltivazioni a parete verticali e i pannelli solari che cambiano colore in base ai raggi UV e bella la terrazza.

Mi è piaciuto il padiglione Oman, in pieno stile arabo con tanto di palme e riproduzioni di alimenti locali.

particolare del Padiglione Nepal

Molto suggestivo anche quello del Qatar, dove – dopo una presentazione dei piatti tipici (ma anch’essi di plastica!) si procede lungo una spirale in discesa guardando un video proiettato nella parte centrale.

Ho trovato simpatico il piccolo padiglione dell’Indonesia che ci ha accolto con una sorridente ballerina e una dimostrazione di un ballo tipico. All’interno c’è una riproduzione in legno delle isole dell’arcipelago che contiene le principali produzioni di spezie.

I padiglioni africani sono quasi tutti piccoli e senza troppa coda ma principalmente all’interno vendono prodotti di artigianato locale.

coltivazioni verticali in America

COSA MI E’ PIACIUTO: 

  1. Tutti i padiglioni da fuori sono bellissimi. Forse meriterebbe la visita solo per gli esterni: ognuno di forma e colore diversi ma a mio avviso capolavori di architettura e fantasia.
  2. L’atmosfera tipica del luogo nei ristoranti etnici e la vivacità di punti-aperitivo quali Terrazza Martini e birrificio Moretti o la food area vicino al Padiglione Olanda.
  3. All’interno dei padiglioni ogni spiegazione è fatta con pannelli multimediali e touch screen, che rende l’esperienza anche divertente.
  4. I balli/canti tipici che si trovano gironzolando qua e là per i padiglioni.

COSA NON MI E’ PIACIUTO:

  1. Troppa troppa troppa gente! Prendete Gardaland in una giornata estiva. Ecco peggio. Perché almeno lì scarichi l’attesa con una botta di adrenalina. A expo se ti va bene ti fai una cultura sui metodi di coltivazione dell’orzo del Paese.
  2. Giustamente ad ogni Padiglione c’è l’ingresso prioritario per disabili, passeggini e donne in gravidanza. Preparatevi a farvi sorpassare mentre siete in coda da due ore da molti furbi che approfittano della mancanza di controlli….
  3. I bagni. sporchi e puzzolenti. ma almeno qui- strano a dirsi-  niente coda.
  4. L’insufficiente numero di sedie, panchine o poltroncine: io mi sono seduta a mangiare sul marciapiede, ma magari le persone più anziane di me o chi vuole riposarsi vorrebbero stare più comodi.
  5. L’esposizione di prodotti finti. Terribile il maiale di plastica.
L’albero della Vita

AUFWIEDERSEHEN BERLIN

Erano anni che sognavo di visitare Berlino. Studiando tedesco al Liceo mi rimasero impresse nella mente le immagini di quel fatidico 9 novembre 1989 che il professore ci faceva vedere per allenare la comprensione linguistica utilizzando i telegiornali del tempo. Successivamente, durante un corso di storia e letteratura tedesca, mi ritrovai a dover presentare una tesi su un argomento a scelta riguardante la capitale e io scelsi ” l’arte del Muro: graffiti e murales”. Mi si aprì un mondo che non conoscevo e mi ripromisi che avrei dovuto assolutamente vedere dal vivo ciò che avevo presentato in Powerpoint.

Purtroppo -come spesso accade quando le aspettative sono così alte- si può rimanere delusi. Forse colpa del grigiore invernale che mai rende giustizia alle città ma ho impiegato quasi tre giorni per farmi un’opinione di Berlino e sono arrivata alla conclusione che non è una città da vedere, ma da vivere, possibilmente a lungo per assaporarne la vera essenza.

Non fraintendetemi… non dirò mai che la porta di Brandeburgo non è un monumento degno di fotografia o che l’ Holocaust Mahnmal non sia toccante, ma passeggiando per i lunghi viali ho avuto sempre la sensazione di essere catapultata indietro nel tempo, in quegli anni ’80 sovietici che avevo visto in televisione, con un’architettura imponente che mi faceva pensare a mille occhi nascosti dietro le finestre e impauriti da quello che stava succedendo nel mondo, in Germania, in una Berlino spaccata a metà.

Mi sembrava di respirare l’assurda politica di allora e solo Potsdamer Platz con la sua modernità mi ha riportato nel 2015.  Per i primi tre giorni ho giudicato Berlino quadrata, grigia, anni ’80.

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Poi la parentesi natalizia dei tanti mercatini ci ha catapultato in un’atmosfera ovattata deliziando olfatto e gusto (e come dico sempre “il vin brulé scalda l’anima”); abbiamo curiosato tra le bancherelle del mercato delle pulci, passeggiato per quartieri residenziali e scoperto locali caratteristici e unici, scoprendo forse la Berlino vera, quella dei (pochi) Berlinesi che vi abitano, ma che comprano l’albero di Natale e se lo portano a casa in metropolitana. Abbiamo visto la Berlino dai bei palazzi e quella dei garage ricoperti di graffiti, le vie dello shopping internazionale e le botteghe vintage accanto ai ristorantini etnici, pezzi di muro qua e là e mille cantieri aperti visibili dal Panoramapunkt in Potsdamer Platz. Una città sospesa tra un passato che vuole dimenticare ma che si percepisce forte nell’angosciante Topografia del Terrore e un futuro fatto di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo che sperano di realizzare qui i loro sogni.

Berlino è una città che ha sofferto moltissimo nella storia, è stata bombardata, distrutta, ricostruita e poi divisa e ora si afferma come la capitale più cool d’Europa; ed è per questo che dovrò ritornare, per osservarla, capirla e viverla. E allora…aufwiedersehen Berlin!

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COSA VEDERE:

Avendo a disposizione quattro giorni abbiamo scelto di non visitare i musei famosi della Museuminsel, nonostante ce ne siano alcuni veramente degni di nota. Dato il mio fortissimo interesse nei riguardi della storia del Muro ci siamo dedicati molto a musei (peraltro gratuiti)e luoghi storici legati alla divisione delle due Germanie.

    • EAST SIDE GALLERY: imperdibile tratto di muro che testimonia la sofferenza creata dalla divisione della città e dipinta dai grandi Thierry Noir, Birgit Kinder e Kani Alavi. Alcuni sono in fase di “pulitura” e protetti da transenne. La troverete un’esperienza emozionante se riuscirete ad evitare i tantissimi pullman che sostano a bordo strada.

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    • GEDENKSTATTE BERLINER MAUER: il più importante monumento che ricorda le vittime del Muro che correva lungo Bernauer Strasse. Il sito spiega gli elementi di cui era composta la barriera divisoria compresa la terribile “striscia della morte”. Dall’altra parte della strada c’è un bookshop dove proiettano filmati originali di quegli anni.

    • TRANENPALAST: comodissimo da raggiungere poiché dietro a Friedrichstrasse Banhof. Rappresenta un interessante spaccato della vita quotidiana ai tempi del Muro: si tratta infatti del luogo dove i berlinesi dell’Est dovevano dire addio ai loro parenti occidentali venuti in visita e dove sono raccolti ora foto e oggetti dell’epoca.

    • CHECKPOINT CHARLIE: era il principale punto di passaggio per gli alleati e i diplomatici che avevano il permesso di transitare tra le due parti della città. Diventato molto turistico merita una visita per l”esposizione fotografica gratuita che si trova dall’altra parte della strada.

    • ALEXANDERPLATZ: vestita a festa sembra anche una bella piazza, dominata dall’imponente  Fernsehturm (368m) con tanto di ristorante panoramico.

    • TOPOGRAFIA DEL TERRORE: la mostra fotografica sorge nel luogo che un tempo era sede delle istituzioni più temute del Terzo Reich. Il percorso – completamente gratuito – illustra i passi dell’ascesa al potere del Nazionalsocialismo e le barbare conseguenze in Germania e in Europa. La visita è molto toccante e non vi lascerà indifferenti.

    • POTSDAMER PLAZT: la piazza di presenta oggi come il centro nevralgico della città reinterpretando in chiave moderna ciò che era prima della guerra. Uffici, negozi e grattacieli fanno da cornice ad alcuni segmenti del muro (tra i quali il frammento dipinto da Thierry Noir) e sculture all’aperto di Keith Haring. Sembra impossibile che negli anni della divisione delle due Germanie questa piazza fosse un piazzale sterrato e deserto situato al confine dei territori americani e russi. Solo dopo la caduta del muro il nuovo centro commerciale e direzionale è diventato simbolo della ricostruzione della città.

    • PANORAMAPUNKT: l’ascensore più veloce d’Europa vi porta in men che non si dica a m100 per una vista a 360° sulla città. Sulle pareti di mattoni rossi una mostra fotografica racconta la Berlino bombardata prima e divisa in due poi. Un interessante percorso per capire meglio la storia travagliata e complessa della capitale tedesca. La salita costa € 6,50.

    • BUNKER DI HITLER: nulla resta della roccaforte sotterranea che ospitò Hitler nell’ultimo periodo della sua vita. Completamente raso al suolo dai Russi durante l’avanzata ospita oggi un parcheggio e un pannello informativo che lo descrive.

    • HOLOCAUST MANHMAL: il monumento commemorativo alle vittime ebree durante il Nazismo si compone di 2711 stele simili a sarcofagi che incutono un senso di disorientamento e claustrofobia una volta che si inizia a girare tra di esse.

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    • PORTA DI BRANDEBURGO: porta di accesso alla città è sicuramente una tappa obbligata. All’epoca del muro era intrappolata nella Berlino Est mentre oggi è sede di ambasciate. Da qui inizia il lungo viale Unter den Linden, di cui una parte è pedonale, mentre alle sue spalle vale una passeggiata l’enorme parco cittadino Tiergarten.

  • REICHSTAG: il centro del potere politico tedesco si presenta come un imponente edificio sormontato da torri ai quattro angoli e da una possente targa in bronzo che riporta la scritta ” Al popolo tedesco”. La visita alla cupola di vetro è gratuita ma va prenotata con largo anticipo sul sito http://www.bundestag.de oppure bisogna presentarsi la mattina presto all’ufficio prenotazioni anstistante il Parlamento e registrarsi. Vengono fornite audioguide gratuite anche in Italiano che accompagnano lungo il percorso a spirale fino ad arrivare in cima, da dove si gode una vista mozzafiato.

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  • MAUERPARK: ritrovo di Berlinesi e turisti la domenica, quando un grande mercato delle pulci espone oggetti d’antiquariato utili e di dubbio gusto, cianfrusaglie inutili e abiti originali vintage, idee regalo e bigiotteria, ricordi dell’era comunista, vinili e vecchi mobili. Per una pausa dallo shopping ci sono bancarelle di cibo etnico e biergarten.

ESSEN UND TRINKEN (mangiare&bere):

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A Berlino non morirete certo di fame, tantomeno di sete! Dagli eleganti Café alle stube tipiche passando per Street food e birrerie bavaresi l’arte di stare a tavola è arrivata anche qui. Ecco dove abbiamo speso la maggior parte dei nostri soldi…. :

  • Nel quartiere di Kreuzberg non potete perdere l’evento settimanale del giovedì: Lo Street Food Thursday. Dalle 17 alle 22 nel mercato coperto Markthalle Neun potrete gustare piatti completi e cibo di strada proveniente da ogni angolo del pianeta a prezzi assolutamente accessibili. Noi abbiamo provato delle polpette di polpo giapponesi e crepes cioccolato e banana, il tutto ovviamente annaffiato da una dissetante Radler!

  • MAX UND MORITZ: in realtà non siamo riusciti a cenare perché era strapieno, ma la sua notorietà sul web e il menu esposto ci hanno lasciato con l’acquolina in bocca.

  • CURRYWURST: andare a Berlino senza mangiare il Currywurst sarebbe come venire in Italia e non provare la pizza. Ogni chiosco di strada li serve nel panino morbido, con aggiunta volendo di ketchup o mayonese e patatine fritte. Addirittura ci sono i Currymen, venditori ambulanti di wurstel. La cosa divertente è che non c’è un’ora precisa per mangiarli, ma ogni momento della giornata è buono!

  • AUGUSTINER AM GENDARMENMARKT: è una birreria bavarese dove si possono gustare stinco di maiale, wurstel di ogni tipo, brezel e altri piatti tipici della tradizione del sud. Frequentato anche dai locali, è un luogo dove riscaldarsi durante le fredde giornate Berlinesi. I prezzi sono medio-alti per lo standard della città. La birra – inutile dirlo – eccezionale.

  • HOFBRAUHAUS BERLIN: immensa birreria in stile Bavarese dove camerieri in costume tipico servono i Mas (boccali di birra da un litro). Qui regnano il caos e la confusione di tavolate allegrotte e band musicali in un’atmosfera stile Oktoberfest.

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  • ZUR KLEINEN MARKTHALLE: piccolo, rustico e intimo non lontano da Moritzplatz. Servono piatti della tradizione tedesca ad un prezzo davvero onesto. Da provare assolutamente la zuppa di funghi e aglio!

  • BERLINER REPUBLIK: è un piccolo locale vicino alla fermata Friedrichstrasse dove i prezzi delle birre variano ogni 5 minuti come in Borsa! Sugli schermi posizionati nel locale scorre l’andamento della domanda/offerta dei drink e si deve ordinare prima che il prezzo cambi!

MERCATINI DI NATALE

 

Devo ammettere che se non fosse stato per tutti i mercatini natalizi presenti a Berlino, non avrei giudicato la città allo stesso modo: le luci, i profumi e le musiche creano un’atmosfera di festa ovattata e serena e invogliano ad una sosta golosa e rifocillante.

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Alla continua ricerca di vin brulé e di altre delizie ne abbiamo visitati molti. Ecco si seguito la mia opinione:

  • MERCATINO DI ALEXANDERPLATZ: nonostante ci avessero detto di evitarlo perché troppo turistico abbiamo deciso di farci un salto e di fermarci anche a mangiare. E’ abbastanza grande e ci sono molte casette di legno che vendono oggetti natalizi, articoli regalo, dolci e molti altri cibi. Mi sono piaciuti molto il grande carillon e la giostra coi cavalli. I prezzi sono leggermente più alti degli altri mercatini, ma non improponibili.
  • ROTES RATHAUS: in un parco poco lontano da Alexanderplatz c’è questo piccolo ma delizioso mercatino molto meno affollato. Lo stile è ovviamente lo stesso: casette di legno che vendono ogni golosità dolce e salata. Quando si prendono il vin brulé o lo Jagertee si paga una cauzione che viene restituita quando si riconsegna la tazza, altrimenti si possono tenere e collezionarle tutte! All’ingresso c’è anche la pista di pattinaggio.
  • AM GENDARMENMARKT: questo grande e affollato mercato natalizio si trova nella piazza tra le due chiese gemelle. Nei giorni feriali si paga l’ingresso di € 1. Qui, oltre a Biergarten e cucine a vista, ci sono intagliatori di legno e musicanti.
  • POTSDAMER PLATZ: la pioggia ci ha spinti a ripararci sotto le casette di legno di questo piccolo mercato non eccezionale se non per la presenza di una pista da sci per bambini e altri intrattenimenti per i più piccoli.
  • SPANDAU: il mercato natalizio di Spandau (a circa 20 minuti di metro da Alexanderplatz) è sicuramente il più autentico, grande e divertente della città. Per tutto il quartiere si snodano le solite casette di legno dove viene venduto ogni genere di leccornia, da mangiare e da bere! E inoltre, abbigliamento invernale, giostre per bambini e decorazioni. L’atmosfera è davvero magica, con le famiglie che portano i bimbi a mangiare lo zucchero filato e i cori che intonano canti natalizi.
  • MERCATO DI SANTA LUCIA A KULTURBRAUEREI: è un pittoresco mercatino natalizio all’interno della vecchia fabbrica di birra. La particolarità sono le capanne in stile scandinavo che vendono oggetti e prodotti del nord Europa.

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KISS ME I’M IRISH. GALWAY CITY

La prima volta che sono partita per Galway non sapevo né dove si trovasse esattamente né tantomeno che cosa mi aspettasse. Atterrata all’aereoporto di Shannon, trovai con facilità l’autobus che mi avrebbe portato in città: con gli occhi incollati al finestrino osservavo intorno a me distese di campi verdissimi e un cielo grigiastro poco raccomandabile. La musica dell’ Ipod che avrebbe dovuto tranquillizzarmi si rivelò inutile: ero già calmissima, nonostante dentro di me esplodesse la curiosità per l’avventura che stavo per vivere. Un lungo, intenso, divertente e pazzo anno in Irlanda.

Una volta arrivata mi sentii stranamente a casa anche se non capivo una parola di quello che mi dicevano. Avevo già fatto altri viaggi e studiavo lontano da casa ma la consapevolezza che quella sarebbe stata la mia nuova dimora per un periodo così lungo mi elettrizzava e mi spingeva a buttarmi con il mio inglese scolastico.

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Un brulicare di gente si muoveva qua e là per Eyre Square, la piazza principale; alcuni  ragazzi giocavano a rugby, a calcio gaelico o hurling; altri studiavano sdraiati sul prato ; le ragazze con vestiti dai colori sgargianti  improvvisavano sfilate in un tardo pomeriggio di fine estate.

Mi sentivo una spettatrice che piano piano entrava a far parte di quel mondo sconosciuto mentre percorrevo Shop Street gremita di negozi di souvenir, ristorantini tipici e un pub dietro all’altro (rimasi sorpresa nel vedere la gente che beveva la guinness alle 11 del mattino ignara del fatto che da lì a poco l’avrei fatto anche io…). Come Alice nel Paese delle Meraviglie camminavo con il naso all’insù per ammirare le casette colorate, le viuzze traverse; rimasi estasiata dalla musica che proveniva  dai negozi, dai pub, dai ragazzi in strada che con chitarre, bonghi,jambé e arpe incantavano e invitavano i passanti a unirsi al coro, dalle case antiche con le loro torri, dal mercatino rionale…

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Mi lasciai trasportare dalla folla fino a  Quay Street, una via stretta e tortuosa che conduce là dove il fiume Corrib sfocia finalmente nell’Atlantico; le casette colorate di Claddagh , l’antico quartiere dei pescatori, fanno da guardia alla baia, mentre la pista ciclabile attraversa i prati fino a Salthill, centro turistico balneare. Con il tempo scoprii quanto mi piaceva distendermi su questi prati a osservare in religioso silenzio l’oceano bluastro spesso arrabbiato e un cielo così bello da sembrare finto. Osservavo l’arcobaleno chiedendomi se al di là di esso esistessero davvero i Leprechaun che nascondono il tesoro e provavo un senso di pace così grande che non ho più ritrovato finora.

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E’ in questa atmosfera Medievale-Bohemienn, che ogni anno, il 17 marzo, si ritrovano centinaia di persone per festeggiare San Patrizio dopo la sfilata per le vie del centro, armati di bandiere, parrucche, travestimenti e gadget (e ovviamente tanta birra), il tutto in perfetto stile Irish.

La cultura irlandese a Galway è così fortemente sentita ( in alcune zone parlano ancora il Gaelico) che è impossibile non farsi trascinare dall’atmosfera frizzante che la circonda. Infatti basta entrare in uno dei tanti pub per trovarsi a fare due chiacchiere con un vecchio pescatore o mettersi a cantare con un gruppo di australiani. Dal King’s Head dove suonano musica dal vivo al Quays, famoso locale a forma di nave, al Crane, il più antico pub di Galway dove i musicisti incantano il piccolo pubblico suonando il violino seduti al tavolo, al Roisin Dubh, melting pot di giovani e non provenienti da tutto il mondo e aperto fino a tarda notte, al Monroe’s, le occasioni di divertirsi non mancano (si dice che nella contea ci siano ben 300 pub!)! E chi preferisce fare l’alba non può perdersi il Cp’s, il Cuba, il Gpo per scatenarsi a ritmo di dance anni ’90 e hip hop in pieno centro città.

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Galway è il sorriso di una Galway girl (famosa canzone dedicata alle giovani del posto), è la malinconia del suo cielo che cambia in continuazione, è la bellezza mozzafiato delle Cliffs of Moher, le altissime scogliere (fino a 200 metri) a picco sull’oceano, è l’aria leggendaria che si respira alle Isole Aran (da percorrere assolutamente in bicicletta per godere appieno del panorama), è la pace che infonde il Connemara…. È bere la Guinness nel primo pomeriggio, è guardare una partita di rugby in un pub tifando per l’ Irlanda, è passeggiare per le vie del centro guardando i passanti e sentirsi a casa, perché è proprio vero: Irish eyes are smiling……

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KARIBU ZANZIBAR!

Parto da una Milano fredda e piovosa e dopo 8 ore di volo atterro finalmente a Zanzibar. Mi accolgono un caldo umido e una coda lunghissima per il controllo passaporti in una sala che tutto sembra tranne che quella di un aereoporto. Il tragitto verso il villaggio mi colpisce molto: le case sono costruite con fango e paglia e quelle più “lussuose” sono fatiscenti. Tantissime persone camminano al bordo di quella che sembra una strada dritta e infinita e i bambini ci salutano sorridenti. E’ il mio primo viaggio in Africa, anzi in realtà il mio primo viaggio fuori dall’Europa e per questo ho deciso di prenotare un pacchetto turistico con un’agenzia online.

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Il villaggio è il “Palumbo Resort“di Uroa, una struttura modesta e informale, ma curata e pulita direttamente sulla spiaggia soggetta al fenomeno delle maree che danno molto fascino alla zona: l’acqua infatti si ritira per decine e decine di metri e la spiaggia sembra non finire più.

Vengo subito fermata dai Beach Boys, i ragazzi del posto che mi portano nei loro negozietti  di fianco al villaggio dove vendono oggetti di artigianato, quadri, bracciali e infradito.

Parlano tutti insieme in un italiano quasi perfetto rubandosi la scena a vicenda ma io, ancora stordita dalla notte in volo  insonne, saluto tutti promettendo di tornare l’indomani.

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Il venerdì mi sveglio di buon’ora e vado subito a salutare i miei nuovi amici BB che… si sono moltiplicati!

 Sulla spiaggia assisto a scene di vita quotidiana: le donne raccolgono le alghe, i bimbi giocano, i Masai fanno la guardia al villaggio, i ragazzi del posto  che cercano le “mozzarelle” appena arrivate per fare affari.

Nel pomeriggio faccio la mia prima escursione con Leonardo Da Vinci e Gianduiotto, due BB simpaticissimi e superorganizzati che ci portano fino alla spiaggia di Nungwi dove pare ci sia un tramonto mozzafiato ma che non riusciamo a vedere perché proprio all’imbrunire il cielo si annuvola.

Poco importa, con gli altri ragazzi del villaggio gustiamo della frutta tropicale eccezionale.

La sera conosciamo i Masai del villaggio con i quali passerò ogni minuto libero della vacanza: sono persone straordinarie, curiose e molto divertenti, parlano italiano e fanno molte domande sugli argomenti più svariati.

Il sabato sveglia presto perché ci aspetta una gita in barca fino all'”isola che non c’è”, un lembo di sabbia che emerge solo con la bassa marea ed lambito da acque dai colori incredibili.

Al nostro arrivo non c’è ancora nessuno e sembra davvero di essere soli in mezzo all’oceano;mentre i BB piantano la nostra tenda e preparano la colazione a base di frutta noi del gruppo prendiamo la barca e ci dirigiamo alla Laguna Blu circondata da mangrovie. Facciamo di nuovo un salto all’isola deserta per gustare dell’ottima frutta tropicale e per fare un po’ di snorkeling e poi via verso l’Isola di Kwale dominata da un baobab gigante, dove le nostre guide ci hanno preparato un pranzetto succulento a base di aragoste e cicale di mare…

 Facciamo ritorno con la vela issata favoriti da un caldo vento africano e quando i ragazzi intonano la famosa canzone Jambo- il loro benvenuto ai turisti- tutto il gruppo si fa prendere dal ritmo e iniziamo a ballare in piedi, noncuranti dell’instabilità del mezzo!

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Passiamo la domenica a crogiolarci al sole e a chiacchierare con i nostri nuovi amici zanzibarini che ci invitano nei loro negozi a dare un’occhiata.

Trascorriamo la serata al Kambacocho, un locale carinissimo sulla spiaggia dove balliamo con i nostri amici Masai musica dance anni ’70.

Lunedì lasciamo prestissimo il villaggio per una nuova escursione chiamata Blue Safari. Dopo circa un’ora di tragitto arriviamo ad una spiaggia dove saliamo su una piccola barca in legno e prendiamo il largo. Non passa molto tempo che avvistiamo una, due,tre pinne saltellanti di allegri delfini e subito ci tuffiamo in acqua per cercare di nuotare con loro, ma sembra che si divertano a fuggire da noi e stare al loro “passo” è davvero difficile fino al punto che cedo e mi ritrovo a galleggiare da sola in mezzo all’oceano Indiano con la barca a centinaia di metri di distanza! Con la fotocamera subacquea riesco comunque a immortalare una famiglia di delfini che protegge un cucciolo, sono stremata ma felicissima.

Nel pomeriggio visitiamo la foresta di Kiminkazi presidiata dalle scimmie: facciamo tante foto, le scimmiette sono tranquille e ci guardano con occhi curiosi ma attenzione agli oggetti personali perché si dilettano con piccoli furti!

La sera non possiamo perderci un’altra divertente festa in spiaggia a base di musica, cocktail e piedi nella sabbia.

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Il giorno seguente la nostra ormai fidata guida Leonardo ci accompagna a Stone Town, capitale dell’Isola influenzata artisticamente da molteplici culture, quali moresca, persiana, indiana, europea, araba. La città dà un senso di decadenza dovuto alla friabilità della pietra locale con cui sono costruiti gli edifici tuttavia la sua origine multietnica la rende interessante e particolare. Gli antichi palazzi hanno delle grandi terrazze sul mare dalle quali si gode di un tramonto incantevole in un’atmosfera tipicamente coloniale.

Per l’escursione del giorno dopo scelgo la visita alla piantagione di spezie che trovo davvero interessante: l’addetto ai tour ci accompagna in un percorso di circa due ore che si snoda tra alberi del pepe, piante di cannella, zafferano, curcuma, vaniglia e moltissime altre dandoci informazioni utili sul loro utilizzo.

 Decido di passare l’ultimo giorno in spiaggia con i BB e i Masai che mi accompagnano a visitare la vicina scuola di Uroa, dove dolcissimi bambini in divisa si divertono a farmi un sacco di domande. Distribuisco al preside il materiale scolastico che avevo portato dall’Italia e mi trattengo a chiaccherare con lui.

Nel pomeriggio mi affido alle mani esperte di cinque Mamas zanzibarine che in ben 5 ore mi regalano una testa tutta nuova fatta di lunghissime treccine (mentre una scimmietta mi schiaffeggia…)

Finisco di fare acquisti per parenti e amici nei loro negozietti e saluto i ragazzi e i Masai con la promessa di tornare molto presto a trovarli. Sulla strada verso l’aereoporto decine di bambini e adulti ci sorridono e ci salutano. Asante sana Zanzibar (che in swahili significa “grazie”), per i tuoi paesaggi, la gente meravigliosa e le stupende emozioni che ci hai regalato.

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UNA DOMENICA MATTINA A VALENCIA – ARTE E CULTURA SENZA SPENDERE UN SOLDO

Penso che capiti anche a voi di avere dei pregiudizi su certi luoghi, spesso immotivati e per questo non vengono prese in considerazione mete che invece meritano di essere viste. Ecco, io non avevo mai pensato di visitare Valencia finchè Dario non ha tanto insistito. Siamo quindi partiti per un lungo weekend di primavera – periodo tra l’altro azzeccatissimo per le temperature piacevoli – e manco a dirlo, mi sono proprio ricreduta.

l Capoluogo della Comunitat Valenciana è infatti una chicca in bilico tra il suo importante passato storico e un’architettura modernista, una città relativamente piccola e facile da girare a piedi dove lo slow food e il buon vivere fanno da padroni.

Grazie ai collegamenti aerei low-cost si raggiunge in meno di due ore dall’Italia e una comodissima linea metropolitana (la 3 e la 5- ticket solo andata € 4,40) vi porterà in men che non si dica in centro città. Potete già acquistare le tessere per 24, 48 o 72 ore valide su metropolitana, tram e autobus ma a mio avviso le opzioni migliori per girare sono due: la bicicletta (trovate molti punti noleggio ma attenzione agli orari in quanto non aprono prima delle 10.00/11.00 e spesso la domenica sono chiusi) e i vostri fedeli piedini armati di scarpe comode.

E allora partiamo, vi porto a Valencia in una soleggiata e frizzante domenica primaverile a spasso tra palazzi antichi e monumenti …. senza spendere un soldo! Infatti nella maggior parte dei musei e degli edifici storici l’ingresso è gratuito la domenica mattina.

Lo so, è domenica mattina e ieri avete fatto tardi in qualche bel localino in zona Plaza del Ayutamiento ma fate uno sforzo e guardate che splendida giornata vi aspetta. Fate una doccia veloce e lasciate il vostro alloggio (io ho scelto Happy Apartments tramite Booking.com e lo consiglio per la vicinanza al centro, l’ottimo rapporto qualità-prezzo e la pulizia) e immergetevi nelle stradine deserte senza fretta. Sono solo le 9.00 e in giro non c’è ancora nessuno, a parte qualche gattino raggomitolato su se stesso che si gode i primi raggi di sole. Ora avete tutto il tempo necessario per fotografare i balconi fioriti, i vicoli stretti e tortuosi, i portoni in ferro battuto e i murales che di tanto in tanto spuntano accanto ad eleganti palazzi signorili. Passando per botteghe vintage e “tasche” (minuscole taverne senza fronzoli dove bere un buon bicchiere di vino spiluccando gustose tapas) con le serrande abbassate arrivate alla Torre di Serranos e … sorpresa! Quello che visiterete oggi è tutto gratuito per  concludere in bellezza il nostro  weekend all’insegna del low-cost.

La torres de Serranos fu costruita tra il 1392 e il 1398 con lo scopo di controllare gli accessi al regno, una volta circondato da mura. Oggi, l’imponente struttura è ancora ben conservata e offre una bellissima visuale sulla città. Una volta scesa la scalinata medievale fermatevi in un bar nella piazzetta adiacente per un buon café con leche (o una cioccolata con churros se avete bisogno di molta energia!) prima di continuare a passeggiare per le tortuose stradine che vi porteranno  al Centro Arqueologico de la Almoina, luogo dove i Romani fondarono la città nel I° secolo a.C..

Sempre in zona, e se riuscite a trovarli visto che a fatica le cartine riescono a riprodurre l’esatta topografia della città e non ci sono cartelli che li indicano, ci sono i Banos del Amirante, caratterizzati da un bel portone in stile arabo: si tratta di bagni pubblici del 1300 fatti costruire su immagine degli hammam arabi e dispongono quindi di tre stanze, il frigidarium, il calidarium e il tepidarium.

Un’altra bella sorpresa gratuita nei giorni festivi è il Museo de la Ciudad, un edificio signorile che ospita capolavori pittorici di maestri locali.

La bella Plaza de la Virgen sorge sull’antico foro romano dove al centro vi è collocata una fontana con le figure rappresentanti il fiume Turia e i canali di irrigazione.

Da un lato è chiusa dalla Real Basilica de Nuestra Senora de los Desamparados , che ospita la statua della patrona della città, e dall’imponente Cattedrale che nei secoli ha subito gli influssi delle varie dominazioni. L’ingresso secondario è molto meno affollato del principale  sito in Plaza de la Reina. Ricordate che la domenica potete assistere alla funzione religiosa e intanto sbirciare i capolavori di arte sacra e la particolare architettura, mentre nei giorni feriali l’ingresso costa € 5!

La città ormai è in piena attività domenicale e potete continuare la vostra passeggiate sorseggiando un’orchata, una bevanda apprezzatissima dai Valenciani a base di acqua, zucchero e il latte vegetale di un tubero della zona da bere fredda o sottoforma di granita che può essere usata anche per immergervi i Fartons, dolci soffici con glassa di zucchero per una colazione iper calorica!

Un altro edificio degno di nota è il Palacio del Marques de dos Aguas, sicuramente uno dei più caratteristici ed estrosi palazzi signorili della città.

La domenica il centro di Valencia assume una vitalità tale che l’atmosfera di festa è percepile in ogni angolo: donne in colorati abiti tipici, bambini in bicicletta, i tavolini dei bar sempre pieni, insomma sembra proprio che la domenica tutti si riposino!

Noi abbiamo anche assistito a un gruppo di danza improvvisato che  ha coinvolto i visitatori in balli rock anni’50.

Nelle vicinanze non dovete assolutamente perdervi la Lonja della Seda: superato il vivace mercatino dell’antiquariato troverete un imponente edificio simbolo del gotico valenciano e non a caso dichiarato Patrimonio dell’ Unesco. Dal bel giardino ombroso con piante di agrumi si accede alla Sala de Contratacion dove 24 colonne elicoidali  e lampade in ferro battuto creano un atmosfera quasi surreale.

Il Mercado Central è chiuso la domenica ma vale di certo una visita nei giorni infrasettimanali per una pausa golosa all’insegna del cibo tipico valenciano. Su una superficie di 8.160mq prendono piede banchi di pesce fresco, carne, verdure e molti altri prodotti della terra. Degna di nota è l’architettura modernista in ferro e vetro-ceramica.

L’ultima tappa della mattina prima di concedersi un pranzetto sfizioso è la Torres de Quart: per accedervi dovrete attraversare la zona meno frequentata – ma non meno caratteristica- della Ciudad Vella. La torre fu costruita nel ‘400 sul modello del Maschio Angiono di Napoli e fungeva da ingresso in città e prigione. Qui, dall’alto delle sue torri, si gode di un bel panorama sui palazzi storici cittadini e sui giardini del Turia.

ALTRI LUOGHI DA VEDERE SEMPRE GRATUITI:

  • Museo de Bellas Artes de Valencia
  • Iglesia de San Juan del Hospital
  • MuVim (ospita mostre di arte contemporanea)
  • Jardines del Real
  • Museo de Historia de Valencia (gratuito solo la domenica).

A PASSEGGIO NEI GIARDINI DEL TURIA A VALENCIA

Uno dei luoghi che mi ha più colpito di Valencia è – strano a dirsi – un giardino. Ma non stiamo parlando di un giardino qualsiasi bensì dei famosi Jardines del Turia.

Nel 1986 il fiume Turia venne prosciugato in maniera preventiva per evitare le periodiche alluvioni che colpivano la città; nel suo letto iniziò a essere costruito un parco che oggi vanta una superficie di 110 ettari e si classifica come il giardino urbano più grande di Spagna.

Durante gli anni questo polmone verde venne modificato e abbellito e vennero creati dei “parchi nel parco” a disposizione dei cittadini.

Il giardino infatti è interamente gratuito e ospita strutture sportive e ludiche dando alla città la ragione per essere considerata assolutamente vivibile e a misura di famiglia. Si snoda  nella parte nord della Ciudad Vella per una lunghezza di quasi 10 km ma visitare tutte le sue attrazioni in un solo giorno è praticamente impossibile!

 I giardini offrono una variegata possibilità di svago, dalle piste ciclabili ai prati per prendere il sole, dai sentieri per i runner ai giochi per bambini, dai campi di calcio agli spazi espositivi per giovani artisti, con ampie zone ombreggiate e fontane che rinfrescano dall’afa estiva.

Partendo dalla fermata della metropolitana di Nou d’Octubre si incontra il Bioparc, un luogo che poco ha a che fare con gli zoo tradizionali in quanto gli animali sono liberi di gironzolare nei quattro ecosistemi dedicati  (Madagascar, Foresta Equatoriale, Zone umide, Savana) che riproducono il loro habitat naturale.

Il parque de Cabecera è una tranquilla zona verde, ideale per un pic-nic in famiglia ammirando le anatre e i cigni.

Lungo il percorso si incontra una grande varietà di piante e fiori che ha il suo culmine nel Jardin Botanico, appena dopo la pista di atletica,  il quale ospita una serra tropicale ed è sede di mostre, concerti e laboratori didattici; il costo di ingresso è veramente irrisorio, con solo € 2 ci si concede un paio di ore di relax.

Superati i campi di rugby e baseball si giunge al Puente de Serranos, il cui nome deriva dall’antica torre adiacente, visitabile tutti i giorni della settimana per ammirare un bel panorama della città.

Tra siepi e strade alberate spunta il Puente de la Trinidad, il più antico ponte della città costruito nel 1400. Un’altra infrastruttura importante è  l’emblematico e moderno Puente di Calatrava che permette di scendere ai giardini e segnail confine tra il centro storico della Ciudad Vella e la zona più moderna della città.

Continuando a passeggiare tra piste di skate e aiuole fiorite ci si imbatte nella mega-riproduzione ispirata ai Viaggi di Gulliver, con il gigante sdraiato sul suolo che ospita scivoli, rampe e scale per il divertimento dei più piccoli (e non solo).

Arriviamo finalmente all’ingresso del quartiere denominato Città delle arti e delle Scienze dove incontriamo una bella struttura moderna che ospita il Palau de la Musica, apprezzato dai Valenciani sia per il suo aspetto estetico che per la buona acustica.

L’ultima parte dei Jardins del Turia è occupata dall’imponente e ultramoderno complesso della Ciudad de Las Artes y las Ciencias che si snoda per 350.000mq. L’area fu in realtà aspramente criticata ma le strutture dal carattere emblematico suscitano una certa curiosità nello spettatore e ospitano attrattive di fama mondiale.

L’oceanografico è forse l’attrazione principale in quanto viene considerato l’acquario più esteso d’Europa: oltre a vasche di pesci tropicali e squali, si sviluppa anche all’esterno con aree dedicate a trichechi, pinguini e tartarughe. Gli ambienti sono stati ricostruiti fedelmente ed è emozionante attaversare i sottopassaggi trasparenti: sembra davvero di nuotare nelle cristalline acque caraibiche!

Non potevano certo mancare i delfini che si esibiscono giornalmente con i loro istruttori davanti a un pubblico festoso.

Il museo della scienza è un ampio spazio interattivo dove i visitatori possono toccare con mano i “miracoli” della fisica applicata alla scienza. In un percorso divertente si impara a conoscere il meccanismo delle grandi scoperte e si può assistere a sperimenti e prove pratiche.

La particolare struttura dalla forma ovoidale che ricorda un ernome occhio è l’Hemisferic, una sorta di cinema 3D dove vengono proiettate rappresentazioni astronomiche e spettacoli laser.

L’ultima grandiosa opera architettonica del genio Calatrava è il Palau de les Arts Reina Sofia: l’auditorium, soprannominato dai Valenciani “il casco di Darth Fener” per la sua forma bizzarra, è un importante punto di riferimento per i circuiti teatrali e musicali.

TAPAS E NON SOLO:IL GUSTO VALENCIANO

Se c’è una cosa che non vi succederà a Valencia sarà avere fame.

La bella città spagnola offre un panorama gastronomico eccellente nel quale i piatti della tradizione e le idee culinarie innovative si fondono in un’esplosione di gusti e sapori e i mercati -si sa- ne sono l’esempio.

Il Mercado Central è un imponente edificio modernista e i suoi colori non sono dovuti solo ai mosaici ma anche ai generi alimentari esposti sui banchi che vengono abbondantemente imbanditi ogni mattina di pesce fresco e verdure. La razionale distribuzione dello spazio interno fa sì che i banchi siano disposti su corsie rettilinee che dividono gli espositori in base alla merce venduta. Che dobbiate cimentarvi nella preparazione della paella o vogliate semplicemente concedervi uno spuntino d metà mattina, questo mercato vi offre tutto quello che la terra Valenciana può offrire: sfilate di Jamon Iberico e dolci tradizionali vi faranno venire l’acquolina in bocca. Qui è possibile anche fare acquisti per il cosiddetto pranzo al sacco, visto che si trovano panini imbottiti a partire da € 1!

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All’interno non mancano i chioschi per pranzare, come ad esempio la Pulperia, una pescheria che prepara i piatti al momento.

Anche all’esterno del mercato aprono in tarda mattinata bancherelle di street food e tapas; noi ad esempio abbiamo pranzato al Supergourmet, un baracchino con tavolini all’aperto e cucina a vista. Abbiamo gustato una paella, 2 crocchette di formaggio, un piatto di calamari fritti (e un mega panino con le seppie da portare via),il tutto condito da rinfrescante sangria per il modico prezzo di € 25 in due.

In giro per la città spuntano come funghi bar e locali con tavolini all’aperto dove si può consumare dalla colazione al dopocena; certo, molti posti sono trappole per turisti e si fanno pagare cari ma uscendo dalle zone più frequentate troverete una vastissima offerta.

DOVE MANGIARE 

Le Tasche sono minuscole “bettole” dove spesso ci sono solo un bancone e due o tre sgabelli; il menu è scritto sulla lavagna e consiste in tapas, ovvero piccole porzioni di piatti tipici, da accompagnare con un buon vino o una rinfrescante cerveza.  Noi abbiamo passato un paio di ore a oziare alla Tasquita La Estrecha, non lontano da Placa de la Reina, stuzzicando Patatas bravas con salsa all’aglio e paprika, bruschettina con filetto di sardine affumicate e olive ripiene.

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Si differenziano dalle “Taberne” che sono sempre locali informali ma hanno più posti a sedere, servizio al tavolo e un menu più ampio. Oltre ai piatti della tradizione spagnola è possibile assaggiare i pinxos, ovvero delle tartine fatte a mo’ di stuzzichino che potete servirvi da soli al bancone.

Le taperie sono i locali dove vengono servite le tapas, ovvero delle piccole porzioni di cibo: è usanza ordinare più tapas e condividerle con i commensali.

Esistono poi le Arrocerie, ristoranti specializzati nella preparazione del riso, ovvero la Paella nelle sue diverse forme. Io vi consiglio l’Arroceria La

Valenciana, situata nella tranquilla calle Juristal dove abbiamo gustato un ottima e abbondante paella: la qualità era ottima, il servizio eccellente e in più ci hanno offerto aperitivo e liquore…cosa chiedere di più?

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  COSA MANGIARE

  1. Sembra scontato ma se non mangiate la Paella qui dove la volete provare? Il celeberrimo piatto tradizionale prende il nome proprio dalla padella in cui viene cucinato la cui versione originale è fatta con carne di pollo, coniglio, fagioli verdi. Il riso cuoce nel sugo di cottura della carne ed è il pranzo della domenica per eccellenza. Io la preferisco nella versione “mare”, ovvero la Paella de Marisco, a base di calamari, cozze e scampi. La tradizione vuole che si mangi con il cucchiaio direttamente dalla padella.
  2. Sempre parlando di riso si possono trovare l’arroz a banda (riso con pesce), il riso nero (al nero di seppia), l’arròs amb fesols i naps, un piatto preparato con riso in brodo, fagioli e rape, e la fideuá (in cui, al posto del riso, viene utilizzata pasta corta).
  3. Le tapas più popolari in Spagna sono le patatas bravas, condite con salsa all’aglio, le sardine fritte, i montaditos, ovvero piccoli panini imbottiti, seppie alla piastra, calamari alla romana, piccoli taglieri di Jamon e formaggi, acciughe marinate all’aceto, crocchette al baccalà, al prosciutto o al formaggio, peperoncini ripieni, pesce sottosale. Ce ne sono ovviamente molte altre, frutto della creatività di chef e ristoratori ma vale la pena provarle tutte, no?
  4. Una preparazione tipicamente valenciana è l’all i pebre, uno stufato a base di patate, paprica, aglio ed anguille, oltre al suquet de peix (zuppa di pesce).
  5.  I tradizionali dolci valenciani, a causa di una notevole influenza musulmana, fanno abbondante uso di mandorle e miele. Tra i dolci più diffusi possiamo citare i rosetones, l’arrop i tallaetes e l’arnadí (preparato con zucca, patata dolce e mandorle), nonché i buñuelos (frittelle), consumati in particolare durante il periodo delle Fallas.

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  COSA BERE

Con tutto questo mangiare non si può certo “murare a secco” e serve qualcosa per mandare giù il boccone. Valencia ha a disposizione una vasta offerta di vini bianchi e rossi regionali. Oltre alla celebre sangria, una bevanda a base di vino rosso, frutta e spezie, vale la pena provare la Agua di Valencia, un long drink fatto con spremuta di arance e spumante.

Analcolica -ma non per questo meno apprezzata – è l’ Orchata, una bevanda rinfrescante derivata dal latte vegetale di un tubero che cresce nella regione. Per le sue proprietà dissetanti è consumata per lo più in estate, insieme ai fartons, dei dolci morbidi con glassa di zucchero.

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SERENITA’ SOSPESA TRA ACQUA E ROCCIA: L’EREMO DI SANTA CATERINA DEL SASSO.

E’ uno dei pochi luoghi che riesce a infondermi serenità tutte le volte che ci vado. Sarà l’aurea mistica che lo circonda, sarà il paesaggio mozzafiato che lo circonda, sarà che è poco conosciuto dal turismo di massa ma l’Eremo di Santa Caterina si presenta come uno scrigno d’oro che spunta dai massi prominenti della montagna retrostante.

Il suo fondatore fu un ricco mercante, tale Alberto Besozzi, che approdò qui a causa di un nubifragio nel 1170; dopo 35 anni da eremita, egli divenne un punto di riferimento spirituale per coloro che fuggivano dalla pestilenza.

Gli eremiti che lo succedettero si impegnarono nella regola di Sant’Agostino ad una vita di privazioni e preghiera, e costruirono una cappella dedicata a Santa Caterina d’Egitto e le chiese di San Nicola e Santa Maria Nova (periodo XII°- XIV° secolo).

I frati Domenicani prima e Carmelitani vissero per secoli nel convento e si occuparono del mantenimento dell’Eremo.

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Il nome completo “Santa Caterina del Sasso Ballaro” è dovuto probabilmente alla leggenda-miracolo dei giganteschi massi che si staccarono dalla montagna ma rimasero bloccati dalla volta della cappella senza causare danni o vittime.

L’eremo è stato completamente ristrutturato dalla provincia di Varese ed è interamente visitabile (e gratuito!) scendendo i 240 gradini che separano il parcheggio dal lago, oppure un comodo ascensore scavato all’interno della montagna vi porterà in men che non si dica al convento.

Il porticato rinascimentale che conduce alla Chiesa offre un panorama mozzafiato sul lago e gli amanti della pittura troveranno interessanti i dipinti del ‘400 del figlio di Bernardino Luini.

Di particolare interesse ci sono inoltre il torchio in legno, l’organo della chiesa e le spoglie del fondatore.

Il piccolo Emporio all’ingresso vende prodotti di erboristeria locale, ceramiche, alimenti biologici del luogo e articoli religiosi.

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LE FOTO SONO STATE PRESE DAL SITO UFFICIALE http://www.santacaterinadelsasso.com/galleria-fotografica